Secoli dopo i babilonesi, Platone sviluppò la visione di un mondo nel quale le scienze fisiche possedevano un'esigua validità, mentre Aristotele ne propose una quasi all'opposto. Con l'avvento del proto-cristianesimo e di una nuova evoluzione della teologia, lo sviluppo delle scienze (soprattutto quelle fisiche e mediche) fu sistematicamente ibernato per ben oltre mezzo millennio.
Poiché l'unica chiave di convalida della cosmologia cristiana non poteva essere altro che quella biblica, fu necessario prendere alla lettera un primitivo racconto simbolico qual è il Genesi, contorcendolo secondo le necessità esegetiche in base ad una linea dossologica che ebbe inizio con Epifanio per contrastare le tesi allegoriche di Origene.
In ambito cosmologico, l'idea della Terra piatta, inserita nel dogmatismo cristiano con funzione antropo-teocentrica, è una reliquia dell'ebraismo che ebbe in scienziati sui generis come Cosma Indicopleuste la sua perpetuazione assiomatica ideale: "Per giunta," rincarava inesorabile Voltaire nel Dictionnaire
"gli ebrei avevano estorto queste fantasticherie ad altri popoli. La maggior parte di questi, eccettuati i caldei, consideravano il cielo come solido; la Terra, fissa e immobile, era di un buon terzo più lunga da oriente a occidente che non dal mezzogiorno al settentrione: di qui i termini «longitudine» e «latitudine», che noi abbiamo adottato. È evidente che, restando su tale opinione, era impossibile che esistessero gli antipodi. Così sant'Agostino tratta l'idea degli antipodi come un'assurdità, e Lattanzio dice espressamente: «C'è dunque gente così insensata da credere che esistano uomini la cui testa sta più in basso dei piedi?». E san Crisostomo, nella sua XIV omelia, esclama: «Dove sono coloro i quali pretendono che i cieli siano mobili, e la loro forma circolare?». Lattanzio dice inoltre, nel terzo libro delle sue Istituzioni: «Potrei provarvi con parecchi argomenti come sia impossibile che il cielo circondi la terra».
L'autore dello Spettacolo della Natura potrà dire finché vorrà al signor cavaliere che Lattanzio e san Crisostomo fossero dei grandi filosofi; gli risponderemo che erano dei gran santi, e che per esser santi non è affatto necessario essere anche dei buoni astronomi. Possiamo credere che siano in cielo, ma dovremo riconoscere che non sappiamo in quale parte si trovino precisamente".
Tutt'oggi si pretende che la Bibbia, in Giobbe ed Isaia, ci informasse già della rotondità della Terra ancor prima di Eratostene, ma si tratta di mere illazioni che fanno capo a costruzioni ad sensum: nell'originale ebraico, il povero Giobbe parla piuttosto di Terra sospesa non nel vuoto, ma "sull'Abisso" (26.7-11), ossia sull'Oceano di acque (il babilonese Apsu) secondo la più rigorosa concezione pagana dei cieli sorretti da "pilastri" (v. 9.6, 38.6) al pari di una Terra piatta, come la raffigurarono sempre gli ebrei. Lo vediamo anche nei Salmi e Isaia 11.12: il quale, al 40.22, parla di "trono" situato sul "firmamento", non sulla "orbita della Terra".
Il tolemaicismo affonda le sue radici nelle teorie babilonesi tramite i caldei, malgrado già sin da prima del tempo di Eratostene da Cirene la nozione della Terra sferica avesse ricevuto la sua conferma scientifica indubitabile, per poi decadere durante il Medioevo in Europa, mentre nel medesimo periodo grazie ai lasciti alessandrini gli arabi studiavano il pianeta su mappamondi sferici: in Occidente la cosa era nota anche a Federico II e tanti altri, ma il segreto non era molto divulgato, talché fino al '300 le carte geografiche portavano ancora Gerusalemme al centro del mondo, rappresentato a forma di croce a Tau.
Eppure, intorno al VI secolo, prima ancora di Nicola d'Oresme, l'anti-aristotelico Giovanni Filopono nella sua opera omnia aveva già parlato di distinzione fra certe interpretazioni letterali della Bibbia in merito a questioni di fisica e matematica, prospettando (unico tra i cristiani) una Terra sferica. "I fisici, che hanno colto il Genesi come fonte, hanno preso spesso degli abbagli. In ogni caso, non sono mai d'accordo tra loro" scriveva; parole profetiche, mettendo in conto che, oltre ad essere un difensore della creazione ex nihilo, Filopono negasse la resurrezione di Gesù. Oggi molti apologisti citano le sue parole contro coloro i quali asseriscono che la Bibbia sia superata, dimenticando che certi loro colleghi continuino a sostenere la teoria della Terra piatta!
Dopo che la resistenza pagana fu piegata, la Chiesa riprese proprio tutte quelle concezioni che nel corso del tempo i suoi esegeti s'erano premurati di destabilizzare. Già Platone parlò di un dio unico, senza nome, incaratterizzato, di certo non un Dio maiuscolo, quantunque agli effetti si trattava ancora di una maschera di Zeus ora accorpato probabilmente al Fato cui il re degli dèi ellenico era sottomesso; Aristotele tenterà di superarlo rifugiandosi semplicemente nell'agnòsi del "motore immobile", non ancora unico ma coesistente con le cosiddette intelligenze, increate come lui. Non a caso, il dio di Platone sarà interpretato come un'anteprima di quello cristiano (ad es. dall'ex platonista Giustino), Agostino sarà quasi del tutto neoplatonico, mentre Anselmo spiegherà il suo dio quasi allo stesso modo in cui fece l'Aristonide.
Giustino e i suoi colleghi (il seguace stoico Taziano, Aristide, Origene, Clemente Alessandrino, Teofilo d'Antiochia, Atenagora et alteri) praticamente ripresero l'argomento a sfavore della cosmologia platonista aggiungendo l'ingrediente del Nulla, utile onde impostare un concetto d'onnipotenza focalizzato sullo stupor dei: altri si spinsero oltre, copiando dai greco-romani.
Nella sua logica ineffabile, in risposta al collega Ermogene che s'era riallineato coi greci, Tertulliano (Contro Ermogene 2.1) ammetteva che la Bibbia non parlasse di creazione ex nihilo, concludendone che proprio per questo motivo essa fosse possibile! Una così eccelsa requisitoria sfuggì ad Atenagora, che a dispetto della sua magistrale disquisizione sulla trascendenza del figlio di Dio, si lasciò sfuggire anche che
"[Gesù] nacque dal potere energizzante delle cose, che risiede nella natura senza attributi, e in terra inattiva, le cui particelle più grossolane sono frammiste a quelle più sottili".
Si tratta dei pensieri di Leucippo misti a spigolature reminiscenti del Commentario al Timeo di Proclo: passano inosservati, dato che sono ripresi da un ex pagàno come Atenagora, per tentare di convalidare le nuove idee. Questa interferenza storica risalta molto bene ancora in alcune famose asserzioni di Tertulliano:
"Quello che noi adoriamo è un dio unico; con la parola che comanda, la mente che dispone, la virtù che tutto può. Dal nulla egli trasse, per servire da ordinamento alla sua maestà, questa gigantesca mole, con tutto il contorno degli elementi dei corpi, degli spiriti in virtù del quale fu dato al mondo il nome greco «Cosmo»: ossia, «Ornamento». Egli è invisibile pur se lo si vede; inafferrabile pur se presente attraverso la grazia; inconcepibile anche se i sensi umani lo possono concepire; perciò è vero e grande! Le altre cose che si possono vedere, afferrare, concepire, sono minori di quanto appaiono agli occhi che le invidiano e alle mani che le toccano e ai sensi che le scoprono; ma ciò che è infinito è conosciuto appieno solo da sé stesso. Ciò che ci fa comprendere dio è proprio il non poterlo comprendere; così la potenza della sua grandezza lo rende al contempo palese e ascoso agli uomini. Anzi, questa è la maggiore colpa di coloro i quali non vogliono riconoscerlo: ossia, che non possono ignorarlo" (Apologeticum 17.1-3).
L'ex manicheo ed ex platonista Agostino, che nei suoi sermoni avrà già evidenziato proprio l'inconoscibilità di Dio quasi con la medesima tecnica tertullianea (2), faceva eco nelle Confessioni (12.7), deliquiando di un dio "invisibile in cui soltanto è la felicità", ricollegandosi così ad un altro famoso passo delle Questioni Naturali di quel Seneca tanto amato dai cristiani: "Cos'è dio? Tutto ciò che vedi e non vedi" (1.13).
Costruzioni del genere appartengono piuttosto al classico tipo d'asserzioni talmente insulse, da guadagnarsi la patente del sacrosanto: un dio "invisibile pur se lo si vede", sarebbe dicuramente un eccellente lasciapassare per la santità, qualora la furba dottrina di cui ci parlano Tertulliano e soci non fosse proprio originale cristiana in tutto e per tutto. Così scrive, quasi anticipandolo letteralmente nella sua opera omnia, lo stoico Plinio il Vecchio, attivo circa un secolo prima di lui:
"Il mondo e il cielo che circonda l'universo, qualunque sia il nome con cui gli uomini lo designano, è creduto una divinità eterna, non misurabile; un essere che non ha mai avuto inizio né avrà mai fine. Cosa vi sia oltre, travalica la mente umana, e in fondo non la riguarda. È sacro, eterno, contenuto in sé stesso [...] È mera follia che certuni investighino le sue dimensioni: parimenti, folle è che certi altri professino l'esistenza di innumerevoli mondi [...] Il mondo siffatto ruota in ventiquattr'ore [...] I greci lo chiamano con una parola che significa «ornamento», e noi romani lo chiamiamo «mondo» per via della sua finitezza e grazia perfette" (2.1-3). |