Si racconta un aneddoto (non si sà quanto apocrifo, ma comunque gustoso) su Agostino, il quale, chiestosi retoricamente cosa facesse Dio prima della creazione dell'universo, così si rispose: "Stava preparando l'inferno per quelli che fanno domande del genere".
A scanso di facili conclusioni, il buon dotto è in ottima compagnia: qualche secolo dopo di lui, Mohammad (che aveva anch'egli una grande passione per le minorenni) così rispondeva in uno dei tanti passi a lui stranamente attribuiti nei commentarii al Corano: "Se il Mentitore ti domanda chi ha creato il creatore, smetti di chiederti una risposta, e cerca rifugio in Allah".
Agostino e Mohammad sono scusati: ai loro tempi, ci trovavamo ancora ad un livello dilettantistico dell'ingegno teologico. I loro epigoni (che sanno ragionare con maggiore eleganza) avrebbero detto sicuramente che il creatore del Tutto non possa essere altro che eterno ed increato! Il modo in cui sia possibile dire una cosa del genere, è poco importante: la stessa "evidenza logica" ce lo suggerirebbe per via d'esclusione, se non attraverso qualche procedimento ad ignorantiam.
Non partiamo di certo dal chiederci se esista un dio, prima di dire che Egli abbia creato "il Tutto"; piuttosto, partiamo dall'atto creativo, per poi postulare un "qualcosa" che ne è stato autore, così come noi siamo "autori" di "creazioni" minori. Creare è un atto normale, per l'uomo: o meglio, lo è il "fare", nel senso di estrarre qualcosa da qualcos'altro: l'assunto fondamentale lavoiseriano non può — né potrà mai — essere scavalcato, eccetto nella nostra immaginazione. Diciamo che Dio ha creato l'universo nientemeno che dal Nulla perchè noi traiamo da materia preesistente (un chiodo da un pezzo di ferro, una sedia da uno di legno etc.) qualsiasi cosa produciamo.
L'uomo primitivo si sarà certamente chiesto (né più né meno di come continuano a fare certi suoi epigoni odierni) se ciò che lo circondava non avesse riflesso la mano di qualche entità superiore, le cui capacità andavano oltre la sua comprensione. Dall'epoca caldea fino al tempo di Tertulliano, per "universo" si intendeva semplicemente tutto quanto comprendeva il Sole e i "sette pianeti" della sua corte; una visione piuttosto limitata, del resto condivisa già quasi ad litteram agli scrittori classici, al fare un attento confronto tra il Cartaginese e Plinio il Vecchio.
Oggi che la scienza è riuscita ad andare molto più in là dei limiti degli avvocati di Dio, sappiamo che l'universo sia qualcosa di talmente vasto, da rendere quasi indispensabile l'iperbole dell'infinito; per darne un'idea, al confronto il sistema solare equivarrebbe a meno di un granello di sabbia disperso in un km2 di spiaggia, e la Terra a un atomo.
Parrebbe estremamente difficile che un apparato del genere sia stato creato da qualcos'altro: invero, l'idea ci solletica perché ci fa perdere in quelle sensazioni ebbre di cui l'uomo è sempre stato avido, ed alle quali le superstizioni organizzate si sono avvinghiate ognora con tenacia. Un'idea del genere supera il limite imposto dalla materialità e dalla determinazione: ma resta solo una sensazione, poiché non troviamo i capi del suo svolgersi, essendo coinvolta in una tautologica vertigine ebbra. |