Finché ci sarà povertà, ci sarà religione.
.. Will Durant.
Molto spesso ci siamo chiesti in cosa consista il vero problema di un paese nel quale il cristianesimo è stato costruito e possiede il suo centro nevralgico; a questa domanda sovente se ne aggiunge un'altra collaterale, ovverosia se le società di stampo cristiano non cattolico siano o meno assillate dai medesimi problemi. Edward Gibbon avrebbe risposto che le religioni sono un mero argomento di geografia; quest'affermazione è un corollario imprescindibile per comprendere i perché del radicamento di una data superstizione.

La situazione geografico-climatica dell'Italia ha creato la mentalità dell'italiano, il suo stile di vita e le sue credenze; uno stile "solare" e volenteroso, ma anche pigro e incline all'escamotage. La situazione di un paese carente di risorse, il cui bel tempo incita alla perenne vacanza, con poca voglia di lavorare e molta d'aver soldi facili (per godere i piaceri), può essere facilmente speculata attualmente; oggi l'Italia si trova in una situazione d'estremo disagio e risulta criticata dalla comunità mondiale perché è governata da pochi super-benestanti ammanicati con una mentalità appunto "cristiana". La cosa più sintomatica è che milioni di persone non obiettano alla presenza di simili classi dirigenti disastrose, probabilmente perchè hanno altri problemi cui pensare (creati poi da chi, appunto!), o forse si identificano in ciò che li riassume tutti come comportamento e personalità diffusa, accontentandosi poi dell'inazione e di filosofia buonistica pseudo-stoica che odora di "cacicavalli appisi".
È Roma, l'Italia, ad aver creato il cristianesimo a sua immagine e somiglianza, non viceversa. Il Vaticano costituisce la continuazione della religione pontificale romana, che serviva allo stato per moderare le masse: un corpo estraneo che, proprio a questo scopo, gode di abnormi immunità ed è definito "indipendente", pur entrando spesso e volentieri nel merito della vita italiana.

Non è un caso che in questo territorio così ristretto e intrinsecamente privo di risorse rilevanti si sia sviluppato l'impero più potente e dissoluto di tutti i tempi: un impero parassitico, che ha poi esportato la sua mentalità ovunque tramite mezzi militari, e che, dopo la sua fine, ha comodamente sostituito le legioni con le diocesi.

Domenico Pacitti, docente universitario e autore di numerosi articoli d'analisi sullo stato di degrado in Italia, è una voce autorevole in merito. In una famosa intervista rilasciata durante il braccio di ferro per la Costituzione Europea, Pacitti sottolineava appunto queste problematiche e le loro discendenze a livello etno-logistico; problematiche comunque presenti in qualsiasi area geografica in cui si registra il primato del cattolicesimo:

Circa due millenni e mezzo fa, durante una sua visita nell'Italia meridionale Platone condannò la "bios eudaimon", espressione traducibile grosso modo con quella che oggi chiameremmo "la dolce vita". Credo vi sia un certo grado di continuità, in ciò: e penso che la prospettiva storica più fruttuosa per una corretta comprensione della corruzione italiana, sia la Controriforma, nella misura in cui questa ha rafforzato i princìpi cattolici [...] In primo luogo, la mancanza di coscienza morale e sociale, è dovuta alla chiesa. Poi abbiamo la perdita di comportamento morale, dacché il peccato dopotutto può essere cancellato con la confessione. Un altro importante principio cattolico consiste nel perverso modo d'ottenere le cose; ossia, il collegamento con dio non è diretto, ma ottenuto tramite l'intercessione dei santi. Dall'altro lato, il concetto di verità è assai relativo, dato che solo dio conosce la verità. L'eccessiva suscettibilità alla falsità ed all'illusione costituiscono un ulteriore principio: i cattolici sono indottrinati a credere che pane e vino si trasformano veramente in carne e sangue di Gesù ogni qual volta si tiene messa. Eppure, incoerentemente, credere nei miracoli non implica pure credere nel cannibalismo. Infine, sussiste uno schiacciante senso di colpa che deriva dalla dottrina secondo la quale tutti siamo nati macchiati col peccato originale. E così via [...]
Penso che i princìpi appena elencati parlino da soli: e, come sapete, molte volte ho cercato d'avvertire sulle loro conseguenze [...] Allo stesso modo, per rimanere nello stesso campo di questa "filosofia", l'evasione fiscale, l'occultamento di fondi all'estero, la violazione dei regolamenti edilizi ed altre attività illegali, sono regolarmente "perdonati" tramite speciali amnistie, ed il trasgressore alfine finisce per pagare alla comunità un prezzo molto minore di quanto avrebbe dovuto accadere. Abili avvocati traggono vantaggio dal labirinto di leggi italiane al fine di ripulire la fedina penale di clienti facoltosi da qualsiasi trasgressione. Chi va in prigione, sono soltanto piccoli criminali che non riescono a permettersi difensori di grido; così, non ci sono deterrenti per scoraggiare i grossi malfattori. Abbiamo esempi grotteschi di lingotti o mucchi di banconote nascosti nelle suppellettili di alti funzionari, o sotterrati nei giardini; somme enormi di danaro trasferiti su conti esteri; salari e privilegi a dir poco scandalosi per i politici; e molto, molto altro. Tutto ciò riflette un livello di cupidigia ed egoismo che può essere definito patologico. E così, la dottrina cattolica del perdono ha sostituito il concetto di giustizia; questa è la vera radice del problema [...]
E come potete immaginare, proprio la parola "verità" diventa un taboo. Gli italiani amano parlare della "tua verità", ma raramente della "Verità"; la cosa è talmente radicata, che è diventata una regola grammaticale. Non deve sorprendere che il codice penale italiano cosideri la verità qualcosa di secondario. Ad esempio, in caso di diffamazione o calunnia, la verità è molto meno importante del concetto feudale di offesa all'onore di una persona. Così, persino la legge scoraggia il cittadino dal dire la verità [...]
Ritengo sia importante che stiamo parlando di corruzione per italiani autoctoni e stranieri residenti in Italia, non per individui d'origine italiana che risiedono all'estero. Non è un caso che molti italiani andarono via dall'Italia appunto perché preferirono farsi una vita onesta ed essere giudicati per i loro meriti. Penso dunque che non si tratti di inclinazione "genetica"; quindi, tutto sta in problemi sociali e morali che condizionano l'Italia [...]
Concedetemi l'opportunità d'avvertire gli europei del fatto che il miglior contributo dell'Italia all'Europa, potrebbe essere insegnare il modo in cui aggirare la legge e legiferare al fine di facilitare l'evasione dalla legalità più avanti [...]
Proprio ora, il papa (Wojtyla, NdT) e il suo braccio destro Romano Prodi stanno cercando di far includere un esplicito riferimento religioso nella Costituzione Europea. Penso si debba lanciare una campagna per evitare che ciò accada: a tutti i costi. Come l'esperienza insegna, presto o tardi gli europei pagheranno per qualsiasi appiglio religioso nella Costituzione. Se proprio la gente deve credere in cose di cui non abbiamo evidenza, tutt'al più si lasci che ciò accada nel privato. La Chiesa Cattolica ha distrutto l'Italia sia moralmente che spiritualmente: non vedo perché dovremmo ridarle l'opportunità d'infettare l'Europa velocemente e surrettiziamente.

Di certo il problema della società "cristianizzata" non è dato solo dalla religione: come abbiamo puntualizzato, essa funge piuttosto da catalizzatore e prima causa d'accentuazione dei problemi fondamentali dell'essere umano, aumentando la capacità distruttiva delle illusioni cui è associata e di cui condivide le tipologie. La natura di un'istituzione parassitica, assolutamente inutile in un universo nel quale non esiste alcun dio cui piegarsi, bensi delle regole sociali avanzate che fanno capo alla consapevolezza del Sé e all'informazione, è la chiave per comprendere in che modo la società viene penalizzata dall'esistenza di simili organizzazioni.<%pagebreak()%>Malgrado sia definito la migliore delle religioni al mondo, la maggior parte delle nazioni basate sul cristianesimo non versano condizioni floride sotto tanti punti di vista, in special modo quello economico; a maggior ragione nel caso in cui l'epicentro di questa superstizione è innestato nel cuore del paese indicato.
La situazione dell'Italia è nota a tutti: è un paese di gente che lavora sodo, che ha costruito cose importanti ovunque ha dovuto trasferirsi per trovare un impiego, e che si lamenta raramente del lavoro in patria (quando esso c'è). Sussiste però qualcosa che inficia la produttività del Paese, di modo tale da renderla inferiore alle aspettative e non certo omogeneamente diffusa, se è vero com'è vero che il tasso di disoccupazione e il debito pubblico nostrani sembrano problemi senza soluzione da sempre. Sarà anche una questione climatica e appunto geografica, se l'italiano non manca d'inventiva e intraprendenza: e lo è pure il fatto che ha ospitato il cuore del più potente impero della storia prima dell'avvento dei mongoli. Un impero che, purtroppo, si è poi mascherato sotto un paravento fideistico al fine di perpetuarsi. Portare avanti la croce anziché il labaro, per difendersi da orde barbare più timorose del feticcio divino che del gladio dei legionarii, fu uno stratagemma assai proficuo, ma che a lungo andare non avrebbe pagato.

Sia come sia, nonostante tutto, la gente implora ancora Dio per ottenere un lavoro: magari un "posticino sicuro", com'è nell'attesa di tutte le "culture nobili". Nel mentre, si lamenta dei soldi che servono per vivere alla giornata e si toglie il pane di bocca (volente o nolente) senza problemi per finanziare chi intercede nei confronti dell'Onnipotente affinché la società prosperi: questa è la realtà invisibile dietro un meccanismo inveterato, che si protrae sin dalle arcaiche epoche degli shamani questuanti.

In effetti, quella auspicata dalla chiesa pare piuttosto una cultura d'accattonaggio e parassitismo, probabilmente dovuta al pensare ad un dio che vede e provvederà; ma non troppo. Ce lo lascia capire il catechismo, che in un sol colpo ci illustra la "necessità" della differenza sociale e del "dovere di donare":

"L'uomo, venendo al mondo, non dispone di tutto ciò che è necessario allo sviluppo della propria vita, corporale e spirituale. Ha bisogno degli altri. Si notano differenze legate all'età, alle capacità fisiche, alle attitudini intellettuali o morali, agli scambi di cui ciascuno ha potuto beneficiare, alla distribuzione delle ricchezze. I «talenti» non sono distribuiti in misura eguale. Tali differenze rientrano nel piano di Dio, il quale vuole che ciascuno riceva dagli altri ciò di cui ha bisogno, e che coloro che hanno «talenti» particolari ne comunichino i benefici a coloro che ne hanno bisogno. Le differenze incoraggiano e spesso obbligano le persone alla magnanimità, alla benevolenza e alla condivisione; spingono le culture a mutui arricchimenti" (1936-1937).

Quindi, facendo leva sul senso di solidarietà e delle comode virgolette, la chiesa ci fa capire che dio "sembra" aver voluto anche l'esistenza dei poveri affinché i ricchi possano donare loro (parte delle) proprie ricchezze; e ci fa intendere che sia giusto così, poiché, pur per suo "imperscutabile" decreto, la chiesa ne è comunque a parte. Che ciò accada o meno, pare che Dio non ne sia al corrente!

Tanto quanto accadeva agli albori della "civiltà" umana, la gente si priva bono corde del surplus che devolve al tiki nazional-sovranazionale onde assicurarsi il benessere che "profluvia" dal suo mana. Per questo motivo non nega le divine decime; anzi, prega il feticcio e rampogna volentieri il "governo ladro" che tartassa il cittadino, senza comprendere che il disagio economico è dovuto in primo luogo allo storno di capitali devoluti a opera di politici ossequienti a favore della chiesa (che da parte sua ingerisce nelle decisioni politico-economiche dello Stato in maniera sotterranea e indiretta) e in secondo luogo alla mentalità di un volgo profano, che, credendo in illusioni assurde, da un lato accetta il "fardello di Adamo", mentre dall'altro attende ognora una svolta. Ma alla gente cosa importa? La gente ha la preoccupazione di procurarsi da mangiare, per dire dei bisogni basilari: qualora potesse, però, il povero diavolo vorrebbe avere di più, scalare il benessere, possedere la fuoriserie, mangiare leccornie, vestirsi alla moda, divertirsi... Illusioni: ingenue e magari comprensibili, fin quando desiderarle non intaccasse altre sfere esistenziali, specialmente quelle dei diritti altrui.

Ci sono tre modi per procacciarsi il danaro utile a ottenere quanto più "qualità-quantità" possibile: purtroppo, a parte il lavoro onesto, gli altri due sono l'inganno (con le sue sotto-categorie, "astuzia" ed "abilità") e la violenza.
Il danaro è un medium assai controverso: la sua natura "neutra" lo rende tale da far credere che per suo tramite si possa ottenere qualsiasi cosa a questo mondo. Quindi, nell'anelito ad Avere di più per credere d'Essere di più, è possibile che l'individuo debole o semplicemente disperato possa pensare che sia lecito utilizzare qualsiasi altro mezzo oltre alla "fatica di Adamo".

I dotti ne concludono che lo "sterco di Satana" (come lo chiamavano i "padri") sia concausa delle illusioni umane e del male dilagante che corrompe anche quei preti meno saldi nella loro missione: sicuramente, proprio per questo motivo le istituzioni religiose tentano d'isolare quanti più campioni possibili del fatale virus in appositi laboratori di sicurezza!

Va da sé che una società basata su ideologie vieppiù fumiganti e inconsistenti, nelle quali il "collettivo" è una maschera dell'individualismo, costituisca un ottimo humus per l'attecchimento di ulteriori illusioni, con tutto quel che ne consegue a cascata. Non è necessario sottolineare quale sia la religione più inconsistente della storia e in quale orbe del pianeta si sia impiantata.

Siamo certi che qualcuno potrebbe osservare in che modo culture come ad es. quella induista non versino in condizioni migliori: il fatto è che se si pretende che la civiltà cristiana sia la migliore al mondo, dovremmo constatare una situazione stabile non già proporzionalmente, bensì universalmente.
Dall'altro lato, religioni come quella induista non hanno le pretese che caratterizzano la prima: a parità di illusioni e inganno, il paragone è improponibile. In secondo luogo, accade che coloro i quali emigrano da culture penalizzate in società occidentalizzate si adattano benissimo alla loro mentalità di facile guadagno e di possibilità d'inserimento più estese; ma questa è, per l'appunto, una questione di geografia.
Le culture occidentali hanno utilizzato i paesi terzomondisti come fondo di manodopera, poiché questi ultimi, per la maggioranza dei casi, sono privi di risorse: adesso sono ricambiate a piene mani con afflussi di migrazione massicci, al punto che di questi ultimi tempi si è posta la necessità di limitarli per "salvaguardare l'identità nazionale".

La gente, poi, pensa che i soldi versati alla chiesa non siano tali da intaccare il sistema economico statale; si pensa ciò perché, in verità, complice il sistema continuativo dell'oblazione, si ignora la reale entità dei beni di questa istituzione, né si comprende quale sia la sua ramificazione e la sua influenza nella politica e nell'economia statale, come vedremo.
Quel che i ragionieri di dio non comprendono, è che non è la quantità a fare il peccato. Chi crede in qualcosa d'assurdo che dovrebbe provvedere alle necessità dell'uomo, non può avere una mentalità solida e scevra da illusioni, che sono la causa del facilismo e del menefreghismo; tutti vorremmo essere "nobili", avere un lavoro "dignitoso", godere di comodità, ma non mangeremmo la carta dei nostri uffici qualora le braccia dello Stato, i lavoratori di materie prime, si incrociassero sul petto della Cosa Pubblica come al tempo del leggendario Menenio Agrippa. Ci sentiamo penalizzati a svolgere lavori umili e a contatto con la terra se pensiamo costantemente al cielo, sinonimo di divina elevazione: lo Stato non aiuta il cittadino in questo senso, ma anzi favorisce settori ulteriormente frivoli, anziché potenziare e meccanizzare le attività produttive primarie.

D'altronde, la produzione nazionale e internazionale è pressoché bloccata da oramai un secolo, e se non fosse per qualche conflitto ricorrente, teso ad alleggerire la situazione, l'impasse si sarebbe già tramutata in un collasso permanente; si addìta il problema ai quattro capitalisti, che però si appoggiano invariabilmente alle religioni come indice di garanzia di probità. Una civiltà congestionata non riesce a svincolarsi dalle pastoie delle difficoltà d'agire autonomamente come singoli: l'individuo non crede più nel gruppo, perché la società multinazionalizzata lo ha metabolizzato ed evacuato nel dimenticatoio della libera impresa, cercando espedienti "metafisici" per sopravvivere.

La chiesa, che ha sempre le risposte pronte per pressochè qualsiasi problema che non la riguarda, indica i motivi della crisi occidentale proprio nella mancanza di fede del mondo "modernistico", quello stesso cui i vari prelati si appellano quando devono subire qualche intervento chirurgico delicato o effettuare qualche viaggio a spasso per il pianeta per recare la "Lieta Novella"!<%pagebreak()%>È uno strano dio, quello che incontriamo nella Bibbia: un essere "spirituale" che però abbisogna di ricchezze e "carne per il mio desco". E le pretende con sì tanta bramosia da non lesinare minacce a tratti grottesche, come riferisce Malachia: "Ecco, io sgriderò le vostre sementi perché non producano, vi getterò degli escrementi in faccia, gli escrementi delle vittime offerte nelle vostre feste, e voi sarete portati fuori con essi"! E più avanti:

"L'uomo può forse derubare Dio? Eppure voi mi derubate. Ma voi dite: «In cosa t'abbiamo derubato?». Risponde il Signore: «Nelle decime e nelle offerte. Voi siete colpiti da maledizione, perché mi derubate: voi, tutta quanta la nazione! Portate tutte le decime alla casa del tesoro, affinché ci sia cibo nella mia casa... poi mettetemi alla prova in questo», dice il Signore degli Eserciti, «e vedrete se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi tanta benedizione, che non vi sia più dove riporla!»".

In tutta la loro ridicolaggine, righe siffatte hanno un certo qual perchè. La credenza che la sorte di un popolo sia proporzionale all'ingraziarsi la divinità (o i suoi intermediarii) è vecchia quanto il mondo; non stupisca il fatto che nel "Libro dei Libri" del "vero dio" possiamo ritrovare le medesime pretese di un "dio" commerciale non dissimile da qualsiasi altro nume questuante "pagàno".
Paradigmi del genere sono ampiamente pubblicizzati dalla chiesa. Il compianto Ernesto Rossi, partigiano, giornalista e uomo politico italiano, ebbe la felice idea di scorrere le guide stampate per conto dei padri paolini a Roma ininterrottamente a partire dal Ventennio, con le quali s'intendeva indottrinare i formatori dei giovani catechisti per le classi dalla prima alla quinta elementare, e a proposito della "morale cristiana" (sulla quale si fonda la trinità di pace, tradizione e, soprattutto, prosperità) riportava una "parabola" estratta da queste guide, che riteniamo abbastanza significativa per quel che concerne l'identificazione fra dio e il benessere, la Buona Sorte:

"In un paese v'erano due calzolai. Uno aveva molti figli e riusciva a mantenerli bene; anzi qualcuno l'aveva persino mandato a studiare in città. L'altro aveva meno figli, meno preoccupazioni, e intanto si trovava sempre nella miseria. Un giorno, costui andò nella bottega dell'altro collega, e gli disse: «Ma come fai a cavartela così bene? Io conosco il mestiere come te, lavoro e sudo dalla mattina alla sera, ma non ho mai un soldo!». «Io ho un segreto» disse l'altro; «Domenica te lo rivelerò». La domenica seguente, lo invitò in chiesa. L'altro non ci voleva andare, perché non ci andava mai [...] ma l'amico lo convinse, dicendogli che, altrimenti, non gli avrebbe rivelato il segreto [...] Uscendo, il calzolaio cui gli affari andavano bene, disse all'altro: «Vedi, questo è il mio segreto. È la messa della domenica che mi attira le benedizioni di dio. Fa' così anche tu, e vedrai». Così avvenne [...] e tutto andò bene anche all'altro calzolaio".

Quindi, compiere atto di fede attirerebbe l'aiuto di Dio, piuttosto che predisporre l'interessato a sentirsi baciato dalla buona sorte per il semplice fatto d'essere homo probus! Se poi Dio non esaudisce direttamente le richieste della sua creatura, allora quest'ultima avrà già chiaro che l'importante è la salute: a causa della colpa di Eva, il discendente di Adamo sa che deve guadagnarsi da sé la felicità terrena!
Questo atteggiamento pare estendersi a qualsiasi campo dell'attività umana, come ci fa capire il noto esorcista don Gabriele Amorth (anch'egli paoliniano) asserendo di non poter soccorrere chi chiede il suo aiuto per casi di possessione se il soggetto non va in chiesa, non prega o non compie buone azioni qualsivoglia: insomma, qualora non fosse "puro". Come dire, aiutati che Dio t'aiuta!

È primitivo asserire, seguendo un ragionamento interessato e rimaneggiato, che l'economia (così come qualsiasi altro aspetto portante della società umana) non sia strumentalizzabile secondo criteri provenienti dalla forma mentis religiosa di un dato contesto, come già annotato da Weber circa un secolo fa (errori statistici a parte); è già noto che uno dei migliori sistemi per controllare una società sia ridurla alla fame e all'ignoranza facendole credere il contrario. Altrettanto noto è in che modo periodi di tensione dovuta a recrudescenze di conflitto religioso possano influenzare l'opinione pubblica, agendo principalmente sulla politica e di lì sull'economia a livello sia micro che macro-sociologico.

Dopo i fatti dell'11 settembre, Robert J. Barro e Rachel M. McCleary, della Harvard University, hanno studiato il modo in cui le dottrine della salvezza e della dannazione influenzano l'economia mondiale: "Ritengo che le credenze religiose abbiano un'impatto economico che si sviluppa attraverso qualità come l'onestà, la mancanza di corruzione e l'etica" scrive il primo. Se nel mondo protestante di un secolo fa si credeva che la gente fosse salvata direttamente da dio, il welfare era un segno di questa salvezza, mentre la minaccia della dannazione spingeva la gente a lavorare più duramente per riguadagnare punti agli occhi di dio; questo nel mondo occidentale.

La McCleary, invece, si è orientata allo studio del modo in cui la credenza nell'aldilà in seno a buddhismo, islamismo, cristianesimo e induismo, opera come un incentivo per la produttività: differentemente dal buddhismo, "dove hai più opportunità di salvezza, dato che paradiso e inferno sono degli stadi transitorii" dice la studiosa, in certe forme di islamismo e protestantesimo essi non hanno un fine chiaro. "Nell'islam, ove il Corano parla di abbruciamento eterno nell'inferno, si è talmente terrorizzati da tale evenienza, da agire correttamente" nella vita di tutti i giorni.

I due studiosi hanno segnalato che nelle nazioni nelle quali la gente crede fermamente nell'aldilà sussiste un livello di produttività tale che parecchie nazioni orientali (ad es. Korea del Sud, Taiwan, Singapore) ove il cristianesimo è in ascesa, in opposizione alla più tollerante filosofia confuciana, si riscontra un accrescimento economico. Questo effetto, però, è inversamente proporzionale alla frequenza dei luoghi di culto; vale a dire, la persona che incamera questi precetti, senza però spendere tempo nei luoghi di preghiera nella speranza d'ottenere benessere senza alzare un dito, attua questa trasformazione probabilmente non tanto perché questo non toglie tempo al lavoro, bensì perché si annulla la dipendenza passiva dal dio cui si chiede di provvedere alle richieste. Il contrario si riscontra ancora nelle società cattolicizzate, nelle quali si segue l'invito matteano a non darsi cruccio per cosa mangiare domani, anziché pensare costantemente a Dio (6.30); basta guardare al livello d'omogeneità di diffusione del benessere in nazioni "latine" come Italia, Spagna, Portogallo, Messico e altri capisaldi storici del cattolicesimo.

Bizzarrie dottorali? Probabilmente si, fin quando dio non viene introdotto teologicamente; e qui le bizarrie diventano addirittura commedia.

In un articolo tratto dal prestigioso (sic!) Market & Morality VI II 2003, presentato dal cattolicissimo Acton Institute, gli "studiosi" Robin Klay e John Lunn così rivelano la dipendenza dell'economia dalla Provvidenza:

"In questo articolo esamineremo la dottrina della provvidenza per vedere se il sistema di mercato usato negli Stati Uniti e parecchie altre nazioni industriali possa essere pensato come parte della provvidenza divina. La dottrina della provvidenza concerne la preservazione e direzione dell'universo. I teologi che vi si riferiscono, lo fanno usando esempi tratti dalle scienze naturali, non sociali: comunque, sin dai tempi di Adam Smith gli economisti hanno usato l'idea di «ordine spontaneo» per descrivere la funzione ordinata del sistema di mercato pur nel caso in cui nessun agente umano fosse direttamente responsabile del suo operamento. Noi suggeriamo che ciò possa essere pensato come parte del piano provvidenziale di dio verso l'umanità".

Straordinario: ma in che modo si concretizza sì mirabile ordinamento?

"Nel suo libro, The Spirit of Democratic Capitalism, Michael Novak fornisce una prospettica profondamente cristiana del capitalismo democratico, che è un sistema sociale basato su capitalismo, democrazia e forti istituzioni moral-culturali. Egli arguisce che, facendo uso della saggezza pratica, questo sistema a triplice valore provvede al fiorire di spirito e corpo. Nel far ciò, esso pare «imitare la Provvidenza». In questo articolo esamineremo pure se i mercati decentralizzati possono essere pensati come strumenti della cura provvidenziale di dio verso l'umanità".

Fantastico: ma certamente, v'è da sospettare che sussista qualche collegamento di portata universale, dato che in dio tutto è collegato e finalizzato. Difatti, dicono gli "emeriti studiosi", la Provvidenza economica (da loro intesa sì come "economia", ma nel senso di "sinergia completa") si manifesta a partire dalla cosmologia, concepita nel senso di creazione divina:

"I teologi hanno discusso la Provvidenza rispetto alle scienze naturali più che a quelle sociali, sebbene la discussione tenda ad esser vaga. Un'eccezione è John Polkinghorne, che lasciò la sua cattedra di fisico teorico per studiare la teologia. Polkinghorne indica i recenti progressi in fisica che ricusano l'approccio meccanicista, che prevalse negli ultimi due secoli, e scrive: «Se consideriamo sistemi dinamici complessi, essi esibiscono una delicata sensitività a circostanze che li rendono intrinsecamente non prevedibili. Il futuro non è più contenuto nel passato (!) [...] La controparte scientifica dell'affermazione reiterata del mito di creazione del Genesi, ossia 'dio vide che era cosa buona', è il riconoscimento di principio antropico del grande potenziale di cui sono dotate le leggi fisiche». Difatti, alcuni piccoli cambiamenti durante la fase di Big Bang avrebbero reso impossibile la vita, come sappiamo [...] Secondo Adam Smith, l'autore dell'universo ha costruito in noi la capacità di riconoscere giusto e ingiusto. Religione, filosofia e leggi possono concretizzare il senso morale naturale e rafforzarlo con le promesse di ricompensa e punizione, ma non sono l'origine della sensibilità e del comportamento morali [...] L'amministrazione del grande sistema dell'universo [...] [e] la cura della felicità universale degli esseri razionali e senzienti, è affare di dio, non dell'uomo. All'uomo è destinato un dipartimento più umile e adeguato alla debolezza delle sue forze e ristrettezza della sua comprensione: la cura della propria felicità, della famiglia, amici e nazione. Anche se egli contempla il sublime, non ha scuse per trascurare il suo ben più umile dipartimento".

Così, i due luminari concludono:

"Oltre ciò, la provvidenza di dio opera in parte cambiando le opportunità di mercato che abilitano gli individui alla scoperta di nuovi modi per esercitare i loro doni o anche abbracciare nuove vocazioni [...] Abbiamo qui arguito che gli insegnamenti cristiani sulla provvidenza di dio dovrebbero essere estesi ad abbracciare gli ordini sociali spontanei tanto quanto l'ordinamento delle leggi fisiche dell'universo [...] Abbiamo dimostrato (!) che grandi economisti come Smith e Hayek si sono riferiti al sistema di mercato come meritevole di comparazione con la nozione cristiana della provvidenza divina, con cui si dice che dio benedica l'umanità. Così come da dio è la produttività del suolo, che, combinata con la fatica e l'ingenuità umana, beneficia la società con abbondanti raccolti, così la produttività di uomini benedetti la beneficia tramite il mercato. Il modo, in un certo senso misterioso, con cui i mercati compiano ciò senza intervento di alcun essere umano, suggeriscono che dietro ciò vi sia la provvidenziale mano di dio all'opera.
Così come dio volteggiava sopra le acque al tempo della creazione, probabilmente volteggia sopra il mercato e i suoi partecipanti. Il suo spirito provoca, ispira, e incanala milioni di liberi atti umani di creazione e abnegazione, per il nostro bene e gloria [...] Se così è, i cristiani che partecipano nel mercato possono scoprire profondi significati in ciò che fanno, e motivi per infinito ringraziamento verso dio mentre lo riconoscono fattore di inconoscibili, remote ripercussioni delle loro scelte".

E questa è l'incontestabile tesi apparsa sul "prestigioso e considerevole" Market & Morality ad opera di due "eminenti luminari" dello Hope College, corredata da "prove inoppugnabili" integrate dagli insegnamenti dei "padri"! Lo stesso Christian Ethics Today ne ha riso amaramente.

Ma osserviamo pure a chi fa capo e chi include fra i suoi membri questo famoso Acton Institute. Lunn e Klay si rifanno a Michael Novak, che è il coordinatore della sezione preposta alla divulgazione religiosa interna alla American Enterprise Institute, associazione di cui è vicepresidente il signor Dick Cheney; l'obiettivo di Novak (i cui "studi" sono pubblicati persino sul sito del Vaticano...) è quello di costituire una "teologia cattolica del capitalismo" in accordo con "l'ideologia" della famiglia Bush. Egli è anche attivo in Italia, essendo membro di circoli locali quali Fondazione Liberal, di cui fanno parte (fra i tanti) personaggi come Carlo Azeglio Ciampi, Antonio Baldassarre, Mino Martinazzoli, Ernesto Galli della Loggia, Domenico Fisichella, Franco Frattini, Marcello Pera, Giulio Tremonti, Antonio Marzano, Rocco Buttiglione, Paolo Guzzanti, Antonio Martino, Giovanni Minoli.

Novak è legato all'Acton Institute tramite il suo fondatore, padre Roberto Sirico; l'Acton (ai fatti un'istituto di promozione del capitalismo) ha installato una sua dependency italiana presso il Vaticano e riceve continuamente ingenti finanziamenti da parte delle multinazionali statunitensi, ossia dalla Destra americana.

Pare chiaro quale sia il minimo comune denominatore che, in determinate condizioni, potrebbe riconciliare i vecchi livori tra i seguaci di Lutero e la progenie di Pietro, senza andare a scomodare Weber.
Possiamo quindi chiudere con una citazione di lord Acton: "Il potere corrompe gli uomini; quello assoluto li corrompe assolutamente. Gli uomini più potenti sono anche i più corrotti".<%pagebreak()%>Le istituzioni religiose stornano dall'introito del paese-ospite un ammontare di risorse estremamente ingiustificato, che viene poi a mancare per sopperire a necessità più pressanti: la cui natura, però, è minimizzata dal pretesto della necessità di tributare mezzi di sostentamento a chi si occupa del "divino" e ai cittadini meno fortunati.
Laddove nelle altre nazioni le religioni prevalenti (etniche) sono territorialmente connesse allo Stato, che provvede più o meno copiosamente e direttamente al loro sostentamento, in Italia assistiamo a un vero e proprio paradosso senza precedenti: ospitiamo sul suolo patrio un paese straniero che gode di diritti a dir poco straordinarii senza eque controparti di dovere, e che fruisce di ingenti finanziamenti da parte dello Stato ospite.

Non è necessario sottolineare che i ministri di culto ricevano scarso supporto diretto dalla Santa Sede, dato che di prevalenza dovrebbero ringraziare quei ministri civili che li hanno insediati nei posti di insegnamento (che già da soli costano allo Stato svariati milioni di euro l'anno), più che gli oboli diretti dei fedeli; quanto al secondo punto, sia chiaro che queste sovvenzioni siano egualmente evanescenti. Ciò è placito: senza i poveri, la chiesa non avrebbe più alcuna missione da svolgere, da cui è più ovvio che il sistema di "soccorso" — farsesco e irridente — nei confronti dei meno fortunati, vittime di un sistema la cui mentalità è sempre e comunque espressione della "Morale" religiosa, sia piuttosto un'assistenza continuata.

"Dai una ciotola di riso a un povero, e lo sfamerai per un giorno; dagli una zappa, e lo sfamerai per tutta la vita" recita un antico proverbio cinese: questi princìpi fondamentali sono ben noti agli speculatori. Se i meno abbienti avessero la possibilità di guadagnarsi da vivere anziché contare sull'elemosina dei "più abbienti", le istituzioni di "carità" non avrebbero più alcuna ragione d'esistere: con esse finirebbe chiaramente penalizzato il sistema capitalista, che trova nei paesi sfortunati una manodopera a buon mercato e un ottimo sbocco per merce secondaria.
Non sarebbe affatto necessario sottolineare che una superstizione con le caratteristiche del cristianesimo si sposi bene con l'ideologia dei consumi: se il pontefice s'atteggia a predicare contro il consumismo e gli "sprechi", potremmo anche interpretare tale risentimento in chiave d'ufficio retorico... contro sprechi ad inane, ossia che non vanno a pro di "opere di bene"!

Eppure, nell'immaginario buonistico degli uomini di buona volontà, le immense ricchezze della chiesa servono (oggi come nel Medioevo) a fornire parca cotidiana ai miserabili e a coloro i quali hanno dedicato tutta la vita a predicare parole di conforto, pace, fratellanza, non già a godere degli stessi vizi dei comuni mortali!
Quando si sente parlare di presuli corrotti, l'immagine tradizionale dell'uomo di fede ascetico e irreprensibile oblitera la disamina, facendo parlare di "casi isolati" come tanti ve ne sono in "tutte le migliori famiglie": come volevano gli estensori gesuiti delle monumentali Risposte alle obiezioni più comuni, redatte durante il periodo del Sillabo, "il cattolicismo è buono quando anche fosse reissima la vita dei cattolici". E aggiungevano:

"Mòstrino, i detrattori di santa chiesa, ch'essa abbia venduto anche una sola volta attraverso i secoli un'indulgenza, e poi daremo loro pienamente ragione!".

Non occorre andare tanto lontano nel tempo, per smentire delle asserzioni tanto amene.

Il 28 ottobre 2003, l'ufficio generale della magistratura messicana ha lanciato un'investigazione nei confronti del cardinal Juan Sandoval Iñíguez, arcivescovo di Guadalajara, con l'accusa di favoreggiamento e concussione: si tratta del caso più recente di illeciti finanziarii — noti — che hanno avuto a protagonista la Chiesa Cattolica in Italia e nel mondo.

Com'è noto, l'escalation finanziaria del Vaticano, che dopo Porta Pia aveva visto scemare il suo patrimonio immobiliare e liquido, ha conosciuto una sua ripresa all'indomani del Concordato del 1929, col quale l'accorto Mussolini garantì alla Santa Sede l'equivalente di 350 milioni di euro odierni affinché la Chiesa rinunciasse a rivendicare i territori dell'ex Stato Pontificio, guadagnandosi così da Pio XII l'appellativo di "uomo della provvidenza"; fu l'inizio di una serie di operazioni che videro il Vaticano coinvolto in una sequela di scandali più o meno sottaciuti, infiltrazioni di parenti e amici della curia nei posti di più alto rilievo nel mondo bancario e borsistico, nonché altre contaminazioni a livello politico-economico che continuavano l'agenda di collusione inizializzata sin dopo l'unificazione umbertina.

Prima di Tangentopoli, la Chiesa si trova coinvolta nella raccomandazione del cardinal Poletti ad Andreotti, affinché nominasse il generale Lo Giudice — che in seguitò sarà protagonista dello scandalo dei petroli — a comandante della Guardia di Finanza; la vicenda sfocerà poi nello scandalo IOR/Ambrosiano, inchiesta tuttora aperta seppure pubblicizzata in sordina, che ha visto nel 1993 l'interdizione di monsignor Pavel Hnilica, confessore di Teresa di Calcutta, per ricettazione della borsa di Calvi. L'anno seguente, Alessandro Sodano, fratello del segretario di Stato del Vaticano, riceve l'avviso di garanzia per l'accusa di corruzione, abuso e falso per la lottizzazione di un'area industriale in quel di Asti; seguirono il presidente della fondazione pontificia "Centesimus Annus" Mazzotta e un ex presidente nazionale dell'Unitalsi.

Successivamente, vari alti papaveri cattolici sono finiti sotto il tiro della magistratura: il vescovo di Monreale è stato interrogato in tribunale per ben otto ore per fatti di tangenti; il vicepresidente della fondazione San Romanello del Monte Tabor e il suo direttore amministrativo sono stati arrestati per una tangente pagata a finanzieri corrotti; l'abitazione casertana dell'arcivescovo Vuolo-Prata è stata perquisita per lo scandalo della cooperazione col terzo mondo; cinque sacerdoti comaschi, di cui quattro del collegio intitolato al cardinale Gallio, sono stati sentiti dalla magistratura per gravi irregolarità negli appalti connessi alla ristrutturazione di collegi e canoniche. Poi, fu la volta di scandali abnormi, come quello ambrosiano.

Uno degli inquisiti della tangentopoli milanese fu Enzo Viganò, consulente finanziario del cardinal Martini: nel febbraio del '95, la guardia di finanza ha acquisito carte dell'Istituto diocesano del clero che era in stretti rapporti economici con il citato tangentomane. Nel marzo di quell'anno entrano nel mirino della magistratura ben 150 preti siciliani coinvolti in una maxi-inchiesta per truffa ai danni della Regione Sicilia, inerentemente a tangenti sui contributi regionali per l'acquisto di arredi sacri. La lista sarebbe molto più lunga.

Il 17 giugno 2000, il card. Michele Giordano, proprio uno dei grandi accusatori dello strozzinaggio, riceve un avviso per concorso in associazione camorristica finalizzata all'usura; i suoi supporters lo difesero dicendo che si trattasse di un tentativo di discredito nei confronti della Chiesa, ma le accuse persistono. Tra gli inquisiti anche il fratello Mario Lucio, destinatario di danaro della curia; la Procura della Repubblica richiese il rinvio a giudizio anche per i sacerdoti Michele Cudemo e Pietro Dilenge, quest'ultimo già Presidente della Banca di Credito Cooperativo di Aliano e poi vicepresidente della Banca di Credito Cooperativo Agrisauro.
Assolto in primo grado, Giordano viene ulteriormente inquisito due anni dopo per una vicenda relativa alla lottizzazione in miniappartamenti di un immobile di proprietà della Curia, vincolato dalla sovrintendenza per il suo valore culturale; l'11 novembre, durante il processo di secondo grado, il Sostituto Procuratore Generale ha chiesto nei confronti del porporato la condanna a otto mesi di reclusione. Indi il cardinale, assolto in primo grado da accuse legate all'usura, riceve l'imputazione per il reato di appropriazione indebita: avrebbe prelevato 600 milioni di lire per sanare la posizione debitoria del fratello.<%pagebreak()%>Se da un lato l'accentramento del potere costituisce l'inevitabile conseguenza del porre alla base della società uno schermo pseudo-garantista di stampo confessionale, è altrettanto scontato che il medium di garanzia dell'interattività sociale, essendo il prodotto dell'attività di sussistenza, sia strettamente interconnesso a tale operazione; ma, data la natura "extra-umana" della religione, si tende a minimizzare tale legame così come avviene per quel che riguarda il suo scagionamento da altri tipi di colposità temporale.

Dopo i primi secoli d'assestamento, la Chiesa iniziò a permutare il beneplacito pubblico in onere concreto, e, successivamente alle discontinue donazioni dell'epoca "petrina", è riuscita nell'intento d'assicurarsi il consenso secolare sistematico con le fabbricazioni documentarie dei Decretali e delle Donazioni: il Concilio di Cartagine, nel corso del quale fu definito pure il "canone" delle "scritture", autorizzò il clero ad acquistare e gestire beni senza alcuna restrizione, placet che papa Simmaco consolida costituendoli a usufrutto ecclesiastico; il VI Concilio di Toledo sancì, invece, che "i possedimenti dei sacerdoti sono tutti di diritto divino e nessun laico potrà mai privarli dei loro acquisti", scomunicando "il perfido che osasse imporre a un sacerdote il pagamento di qualsiasi tassa". Infatti, nel 1964, il Vaticano ricattò tout court lo Stato Italiano di vendere tutte le proprie holding nazionali, nel caso in cui si fosse continuato a parlare di tassazione ai santi beni della Chiesa!

Mi sembra interessante notare che nessuna istituzione religiosa sia immune da questo inconveniente: ma è chiaro che, occupandosi di incombenze ultramundane, per i religiosi sia estremamente arduo provvedere alla bisogna di beni secolari. Nell'èra delle comodità modernistiche non è oltremodo possibile tornare ai bei tempi d'oro della regola benedettina. Dall'altro lato, è pur vero che, col progresso della civiltà attuale, i metodi d'incameramento delle indennità confessionali debbano adattarsi a modalità più sistematiche che non prescindono da una collaborazione con lo stato ospite, se è vero come è vero che la gestione wojtyliana ha esteso la lista dei peccati capitali aggiungendovi quello dell'evasione fiscale...

In tal senso, a parte l'influenza sullo stato laico già esercitata tramite l'istruzione e l'informazione, il rapporto tra il primo e l'istituzione confessionale raggiunge livelli d'interdipendenza assai notevoli. Oggi è lo stato a provvedere direttamente al mantenimento istituzionalizzato della Chiesa, attingendo presso i contribuenti in maniera univoca. Senza contare i contributi e gli emolumenti vari, è noto che dopo gli accordi del 1989 il finanziamento pubblico precedentemente percepito dalla Santa Sede grazie ai Lateranensi è stato commutato in forma d'obolo millesimale: in verità, che si decida o meno di devolvere parte del reddito a una delle confessioni religiose previste, la scelta è comunque obbligata, perché i "fondi" degli astenuti sono comunque equidistribuiti in proporzionale fra lo stato e le fedi.
Sia come sia, la Chiesa Cattolica (che non lesina affatto il battage radiotelevisivo su questa importante tematica...) nell'uno o nell'altro caso percepisce un cospicuo dividendo, destinato solo in minima parte agli aiuti umanitarii e alla cura dei beni culturali (ossia, al patrimonio storico incamerato dalla chiesa stessa): ad essi provvede lo stato italiano con oltre la metà della propria quota relativa, stornandola ulteriormente dagli interventi contro le calamità naturali e la fame nel mondo! Per meglio dire, delle quote stabilite ad uso dello Stato, buona parte sono state destinate per finanziare iniziative tutt'altro che costruttive: come la missione in Albania.

Peraltro, il Vaticano non ha l'obbligo di rendere pubblico l'importo reale dei suoi beni, sebbene sia noto che in questi quindici anni le donazioni statali abbiano superato gli otto miliardi di euro attuali: che assommati ai movimenti di capitale effettuati tramite investimenti borsistici e altri metodi di speculazione finanziaria, fuori dei calcoli annui dei versamenti dell'otto per mille e dei beni artistici, come stima sommaria fanno della Santa Sede lo staterello più piccolo e più ricco al pianeta. Di questo danaro non è noto neppure quanto ne venga devoluto affettualmente in opere di carità: né si può dire che serva essenzialmente a mantenere i sacerdoti, dato che questi percepiscono il loro reddito (erogato dallo stato italiano) grazie all'insegnamento nelle scuole private o pubbliche, più che dalle questue delle funzioni d'officio, ove sono incanalati grazie a corsie privilegiate rispetto agli insegnanti laici.

Queste immense ricchezze sono gestite da due istituti: lo IOR (Istituto per le Opere Religiose) e l'APSA (Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica). Per quanto riguarda il primo, si tratta di una banca a sportello unico dotata di extraterritorialità e impenetrabilità, operante in Italia tramite due sole banche; notiamo che i suoi componenti siano stati scelti nel mondo della finanza con "trascendenze" in certi cenacoli cattolici, come Angelo Caloia, suo chairman nonché già consigliere dell'ABI, presidente di Mediocredito Lombardo e poi vice del Banco Ambroveneto. Il vicepresidente dello IOR è Virgil Dechant, cavaliere supremo dell'associazione Knights of Columbus, che gestisce negli Usa un fondo assicurativo di 47 miliardi di dollari; egli è anche uno dei nove consiglieri dello Stato Città del Vaticano insieme a Caloia stesso. Tra gli altri managers dello IOR figurano Theodor Pietzcker, ex tenente della Wehrmacht e già dirigente della Deutsche Bank; Robert Studer, legato all'Unione Banche Svizzere; José Angel Sànchez, ex CEO del Banco Bilbao. Nell'Apsa troviamo lord Camoy, ex presidente di Sotheby's e ciambellano di Elisabetta II, che oggi siede nel CDA di 3I; e troviamo anche Marco Orazi, ex direttore generale dell'Ufficio italiano Cambi, William Schreyer ed il francese Antoine Chappuis.

Lo switch-node del traffico bancario vaticano è individuato nelle Isole Cayman, paradiso fiscale caraibico, che sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate missio sui iuris alle dipendenze dirette del Vaticano. Come dire: "Heaven is a place on Earth".<%pagebreak()%>Dov'è la tanto propagandata carità cristiana? Chi la mette in opera? Chi l'ha mai vista volteggiare fuori dei forzieri vaticani, a beneficiare veramente i meno abbienti?
Nel sito web della Santa Sede, l'Obolo di Pietro è dislocato tra i links meno in vista, in prima pagina: accedendo al sub-link intitolato "Una pratica molto antica che arriva fino ad oggi", possiamo immediatamente notare un affresco raffigurante il Santo passeggiare altero tra poveracci che gli chiedono la carità, senza degnarli d'uno sguardo. Nel frontespizio leggiamo, in maiuscolorum: "Si chiama Obolo di San Pietro l'aiuto economico che i fedeli offrono al Santo Padre, come segno d'adesione alla sollecitudine del Successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa Universale e per le opere di carità a favore dei bisognosi". Più sotto, incorniciato da foto che illustrano un Wojtyla intento a benedire dei colored africani, si legge: "Aiutiamo il Santo Padre ad aiutare! Il tuo aiuto, per piccolo che sia, è importante". Eh si: non si vive di solo pane... né d'ogni parola di Dio, d'altronde!

Esiste sicuramente un rapporto biunivoco tra il Discorso dell'Areòpago, fatto da parte di un Paolo che predica ai pagani un dio noncurante di templi e lussi, e la rampogna che egli esterna a Pietro, da lui sorpreso nella bisboccia a Jaffa per angelica grazia, dopo aver salmodiato la continenza altrui. L'episodio si verifica sintomaticamente dopo la vicenda di Anania e Saffira, "istigati dal demonio" a "prendersi gioco di Dio" e per questo puniti con la morte dal principe degli apostoli: la loro colpa era stata quella d'aver venduto tutti i loro averi senza averne versato l'intiero ricavato alla congrega petrina!
Più tardi, a dimostrare il doppio legame tra danaro e "spiritualità", Teodosio il Grande provvederà a rafforzare l'impegno nell'essere cristiani stabilendo, dietro consiglio dei "santi" Rufino e Ambrogio, la perdita dell'eredità per chiunque si fosse macchiato d'apostasia; non c'è dubbio che si trattasse di un ottimo deterrente! Vero è che i poveri preferiscano togliersi il pane di bocca, pur di bearsi della vista d'altari adornati in onore di Dio, salvo poi lamentarsi con la dirigenza secolare per la propria indigenza.

Padre Secondo Franco, estensore delle Risposte, continuava precisando che, a chi volesse "al tutto" il bene dei poverelli

"noi potremmo risponder loro: «Oh, perché volete che solo la casa di dio dismetta il lusso in benefizio dei poveri, e risparmiate tanti altri sfoggi che costano tanto più?». Perché neppure una parola sul lusso donnesco, il quale diventa un peso non tollerabile alle famiglie, posta l'infinita varietà delle mode che oggi s'inventano? Non vi sarebbe da gridare un poco contro tutte queste spese inutilissime, prima di toccare la magnificenza de' sacri luoghi e de' loro addobbi?
Ah, quant'è sospetto questo zelo pel bene dei poverelli! Il popolano si prostra dinanzi all'altare al par del principe, pasce il suo occhio di quegli ornamenti, gode di quella vista e, dimenticando un poco le miserie del suo tugurio, non si sente così diseredato dei beni della terra come prima si credeva. È sì grande il suo diletto che, per quanto egli sia scarso di averi, mai non rifiuterà un denaro ogni qualvolta si tratti di arricchirlo di qualche oggetto prezioso e di rabbellirlo.
Iddio è il padrone supremo di tutto: forse che non è egli giusto che sia riconosciuto come tale? Ora, in che altro modo mostreremo noi di pregiarlo sopra tutte le cose se non coll'offerirgli quanto abbiamo di meglio sopra la terra? Le gemme, le perle, l'argento e l'oro, le sete ed i profumi sono quegli oggetti che noi stimiamo sopra ogni altro: or questi appunto siano impiegati attorno a lui.
Né niun dica quella fanciullaggine che Iddio non n'ha bisogno, perché mostrerebbe di non intendere neppure la ragione, sopra la quale si fonda la necessità dell'esteriore magnificenza: la quale non è il bisogno che n'abbia Iddio, è il bisogno e l'obbligo che abbiamo noi di trattarlo meno indegnamente che possiamo, e di offerirgli quello che più dimostra la nostra sommissione, la riverenza e l'amore".

Pistolotti del genere possono essere ostentati impunemente soltanto grazie all'accondiscendenza delle masse disinformate e abbacinate dai barbaglìi d'auree suppellettili, piuttosto che in virtù di virtuosismi dialettici che fanno ottimo pendant al principio agostiniano in base al quale, poiché Dio è sempre giusto, la miseria sarebbe una prova necessaria del peccato! Eppure, i vangeli sono pieni di ghiotte giustificazioni a sollievo dei diseredati: gli ultimi saranno i primi, beati i poveri, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago etcetera... Se così fosse, dovremmo pensare che i meno abbienti, pur avendo a disposizione simili solacii divini su cui contare per alleviare la loro esistenza terrena, forse si lamentano perché oggigiorno le preghiere non fanno più nevicare il pane dal cielo come la biblica manna: ma si lamentano veramente?
In verità, si sono sempre lamentati e continuano a farlo da sempre, ma, a sentire certi dotti, i dubbi degli scettici sarebbero "gratuita propaganda atea", sicuramente fomentata dal demonio per invidia e ignoranza: nella Anni Sacri, enciclica a suo tempo concepita quale proclama di rinnovata battaglia contro siffatta promotion destabilizzativa, Pio XII chiosava a proposito della remissione con cui deve essere accettato il dislivello sociale, prospettando che "il superbo sia atterrato dalla Sua potenza; il ricco sia mosso alla giustizia, generosità e carità; il povero prenda a modello la famiglia di Nazareth, che guadagnava il suo pane col lavoro".

Certamente, l'insoddisfazione è anche una questione di gelosia, poiché i più abbienti sono sempre oggetto d'invidia da parte dei miserabili, dei nullafacenti e dei materialisti incapaci di capire la poetica della Ragion Pratica: "Il livore" poetava il suo omonimo e dotto predecessore Pio II, citando un commensale "s'attacca sempre a chi sta bene. Noi abbiamo ricchezze, beni, piaceri: siamo nati solo per mangiare e bere, e possiamo dormire e riposare a sazietà. Noi viviamo per noi: gli altri, vivano per gli altri".

Più chiaro di così...