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Se Gesù cristo non è risorto dai morti, la nostra predicazione è inutile: e pure la vostra fede è vana.
.. Paolo di Tarso.
I miracoli sono uno dei mezzi d'attestazione più importanti del cristianesimo, al punto che se li togliamo dai vangeli vedremo null'altro che la drammatica vicenda di uno dei tanti agit-prop della Palestina del tempo. Anzi, diceva Hume, "nessuna persona ragionevole può credere nel cristianesimo, senza un miracolo": ciò implica che una cosa incredibile possa essere presentata come credibile per mezzo di un altro paradosso. Il termine "miracolo", così com'è scritto nei vangeli, deriva infatti dal greco paradoxon, da cui proviene il nostro "paradosso".

Invero, di miracoli è inflazionata tutta la mitologia del passato: i personaggi mitologici ellenici e latini compivano meraviglie non meno straordinarie dell'oscuro taumaturgo galileo, ma nessuno si sognava di decantarle più di tanto, essendo noto che fossero semplici favole didascaliche. Non ci si sognava nemmeno di divinizzare i "miracoli" di personaggi sin troppo simili a Gesù, come Apollonio da Tiana, poiché costui non avanzava alcuna pretesa divina. In fondo, gli ebrei stessi sapevano che il vero messia non avrebbe fatto sfoggio di alcun miracolo; così diceva un dotto rabbino del II secolo (che dal canto suo di prodigi ne fece parecchi!).

Pare che la smania di porre i miracoli sul piano dell'esemplificazione dell'azione della provvidenza divina, sia una prerogativa tutta semita: non che gli ebrei fossero dei creduloni (piuttosto il contrario), ma necessitavano ardentemente degli esempi che avessero potuto porli in lustro rispetto alle popolazioni straniere, e soprattutto coesionarli contro agenti ostili allogeni. Essi avevano ereditato questa pratica durante i loro lunghi soggiorni forzati in terra altrui: i caldei, gli egizi, i persiani, facevano un uso smodato dell'intervento miracoloso, cosicché sovente finivano per crederci persino coloro i quali inventavano tali storie.

Soltanto il cristianesimo ha saputo sfruttare il dolore umano come campionario dell'esistenza di dio, portato a mo' di casistica della divina vendetta contro i miscredenti: ad esempio, un "san" Bernardo da Chiaravalle, capace di dire a una povera donna che suo figlio era nato storpio perché ella aveva copulato in un giorno festivo, avrebbe meritato un'aureola all'altezza della gola, con tanto di nodo scorsoio, ma rimane santo per via del rigore delle sacre persone.

La sofferenza è dunque il motivo principe dell'attesa del miracolo, e al fine di strumentalizzarla si possono prendere esempi truculenti e dolorosi onde apportarli come casistica di vittoria per le nostre teorie. L'incredibile ha gran presa nell'immaginario umano: ma oltre alla voglia di sensazioni fuori del comune, l'attesa di un miracolo è rivolta alla soluzione di problemi che ci assillano. In pratica, più soffriamo, più ci attendiamo svolte risolutive altrettanto grandiose.

In questo campo specifico della fede, in cui la stessa natura di dolore e tragedia intride incontrastata qualsiasi molecola della mentalità "ortodossa", portare esempi del genere è un automatismo, con un compiacimento per il macabro assai comprensibile, come si conviene ad un credo intriso di flagellazioni, sangue, morti viventi ed altre amenità analoghe.
Piuttosto, quel che stupisce è la calma serafica e "solare" con la quale certi corvi del dolore pasteggiano delle miserie umane, quasi volessero dire: "Vedi? Potrebbe capitare anche a te, se non credi!", piuttosto che piangere sull'evidenza di un dio crudele che avrebbe creato delle creature capaci di soffrire e di rimanere disgraziati a vita a cagione di una folata di vento! Così, quella che obverso casu è la prova lampante dell'apice della creazione, diventa immediatamente un essere miserabile che ha bisogno di Dio.

La scaramanzia della conservazione è cosa umanissima: da sempre preghiamo Dio affinché ci conservi sani e salvi in questa valle di lacrime, e ce la prendiamo con noi stessi quando il "Caso" (ossia Dio stesso, in fondo) vuole che soffriamo.
Basterebbe dunque mangiare carne il venerdì santo per morire d'indigestione, o assestare una bieca pedata alle sante terga di un corvo del malessere per perdere l'uso della deambulazione? Ario morì per vendetta divina, o a cagione di una più volgare ed efficiente pozione velenosa? Gagarin impazzì per aver detto "non vedo alcun dio, qui fuori"? Bossi è stato punito dall'ira di Dio subito dopo aver accusato il clero di simonia? Asimov è morto del "male del secolo" suo malgrado, perché era non solo ateo, ma anche ebreo?
Eppure, questi fatti dovrebbero esser dovuti a tue decisioni, o buon Signore: a meno che il Fato non ti sia superiore, così come accadeva con lo Zeus greco.
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