Home . Fondamenti . Spiriti, cosmologia ed errori dimensionali
"Ogni cosa corporea, essendo estesa, è composta, quindi ha delle parti. Ma Dio non è composto: pertanto, non è corporeo. Ecco dunque distrutto l'errore dei primi filosofi naturali, che non contemplavano altro se non cause materiali" (1.20).

Così scriveva Tommaso d'Aquino nella Summa contro i Gentili: dubito però che l'Aquinate possa aver distrutto alcunché, con amenità del genere. Già a suo tempo, Origene aveva stabilito che in nessuna parte delle "Scritture" Dio sarebbe stato descritto come un essere "immateriale"; anzi, gli ebrei, così come i greco-romani, effigiavano il dio della Bibbia in maniera antropomorfa. "Il modo in cui Dio dovrebbe essere inteso", continuava l'Alessandrino, "se corporeo o con una natura diversa dai corpi normali, non è chiaramente indicato nelle Scritture".

Un essere onnipotente, onnipresente ed onnisciente, ma invisibile, suscita domande che ben difficilmente possono essere liquidate come il frutto della pochezza dei "materialisti", "incapaci" di comprendere "nozioni superiori", che appartengono al "credere per fede".
La Bibbia non ha mai fatto mistero che il Dio di cui parla sia ben concreto ed abbia fattezze umane; la divinità "eterea" e antropomorfa della mitologia cristiana, è piuttosto il tentativo di superare il limite della determinazione umanizzante, attuata tramite il naturale processo di antropomorfizzazione del divino.
Allo scopo d'evadere dai limiti umani, l'oleografia popolaresca ama immaginare Dio come un vecchio canuto che giganteggia sulla volta del cielo, osservando l'uomo con ciglio austero: ma quando ci avvediamo che tale icona è sin troppo simile al suo imperfetto ideatore, affinchè possa davvero essere fonte di sensazioni infinitesime e di alienazione dal certificabile, si passa a un'ulteriore funzione di fuga, parlando di un Dio la cui natura sarebbe costituita da una qualche "essenza sopraffina", diversa dalla "materia comune".
Così, Dio diventa un quid esistente ma invisibile, in quanto sin troppo perfetto e raffinato per poter essere colto dai nostri sensi: ulteriormente insoddisfatti dal limite impostoci da questa nuova scoperta, i teologi tendono a parlare di un dio "privo di forma" e "indefinibile", ma comunque e sempre invisibile, sebbene nella nostra immaginazione intima persista lo stereotipo antropomorfo di sottofondo.

Queste disperate trovate servono al teologo allo scopo di camuffare le evidenze con paroloni e giri tortuosi, come tipico corollario del credere per fede; nel tentativo d'evitare la determinazione, i teologi dimenticano che tutto risulti comunque e sempre determinato, persino nella pretesa che possa esserci qualcosa di "indeterminato".
Non è improbabile che in un universo fisico esistano altre "realtà" e strutture materiche oltre quella che ci riguarda. A parte il fatto che si tratterebbe comunque di "quanticità" omogenee a quelle con cui interagiscono (quindi, comunque e sempre materia, Presenza, Esistenza), la domanda verterebbe su come sarebbe possibile conoscere realtà diverse da quella che ci compete, e che non dovrebbero essere relative ad uno stato attuale; il corollario a tale domanda implicherebbe lo stabilire se possa essere razionale asserire che parte di questa fantomatica realtà sia qualitativamente diversa dalla nostra, malgrado (come vorrebbero le "Scritture") abbisogni tanto disperatamente d'interagire con essa.

Il concetto di un corpo "etereo", abbastanza vicino a quello del mondo delle ombre omerico-vergiliano, alle origini era anche per i cristiani un'idea fisica, non iperbolica: dottrine stravaganti quanto recenti, come l'assunzione del corpo di Maria in cielo, ci offrono ampie prove sulla contraddizione implicita nella pretesa di integrabilità tra "dimensioni" come quella umana ed il regno "spirituale" dei cieli, glorificato dalla carnea — e sempre immacolata — presenza della "madre di Dio".
Fino ai primi due secoli successivi al periodo dei primi concilii, Padri della Chiesa come Ireneo avevano presupposto che gli angeli caduti fossero stati degli esseri in carne e ossa, per poter giustificare l'accoppiamento con le donne della specie umana; proprio Origene (poi seguìto da Geronimo, Ilario ed Ambrogio) fu il primo ad aver parlato dell'anima come un quid estraneo al "piano materiale", postulando che, per poter congiungersi con le "figlie degli uomini", i nephilim (gli angeli caduti del Genesi) avessero dovuto per forza di cose esser dotati d'ammennicoli atti alla bisogna!
Per poter osservare un cambio di guardia, occorrerà attendere Basilio di Cesarea; il quale, parlando delle violenze subite dalle donne da parte di questi esseri, ipotizzò che i demoni fossero una concentrazione di "vapori condensati". Con più decenza, il buon Cassiano — non per nulla eretico — scriveva che
"quando dichiariamo che vi sono nature spirituali, come gli angeli, non dobbiamo pensare che siano incorporee. Hanno invece un corpo che le fa sussistere: ma questo corpo è più "sottile" del nostro".
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