Home . Mitostoria . Appendice . Frode per amor di dio
Già due secoli or sono, uno dei maggiori storici del cristianesimo, il pur pacato Johann Lorenz von Mosheim, nella sua monumentale Storia Ecclesiastica asseriva che

"individui sicuramente all'inizio privi di intenzioni proditorie, composero tutta una serie di scritti densi di falsità [...] che ingenerarono le più grandi superstizioni. E non è tutto: altri fraudolenti imposero dei documenti spurii come scritture degli apostoli".

Il procedimento fu adottato subito per "cristianizzare" testi classici o giudaici come i Testamenti dei dodici patriarchi, l'Ascensione d'Isaia, il Libro di Enoch o gli Oracoli sibillini. Quei cristiani che possedevano un minimo di deontologia e che desideravano credere in cose vere anziché in artifici dialettici, iniziavano ad aver parecchio da ridire in merito, giacché non tutti i proseliti — specialmente quelli che avevano abbracciato la fede dopo che le sue basi erano state gittate da ben nove secoli — erano disposti a soggiacere a compromessi al limite della credibilità stessa del cristianesimo, desiderando soltanto verità rispetto alla corruzione del passato: naturalmente, costoro non potevano più contrastare una religione affermata, pena la destabilizzazione del sistema, e pertanto si limitarono a criticare senza però rinunziare alla fede stessa. Come si poteva parlare di "verità", se tutto il sistema cristiano era una replica storicizzata ammodernata del passato pagàno?

Il problema non consiste tanto in un plagio o in una contraffazione radicale, dal momento che avrebbero potuto semplicemente scrivere una mole spropositata di documenti dal nulla e riproporli come testi genuini: avrebbero potuto farlo perfettamente, dato che detenevano il monopolio dell'informazione. Il fatto è che i correctores, illusisi anch'essi della storicità di un mito compilato da chissà chi, rivisitarono documenti originali, e la stessa cosa vale anche per le fonti pagane prediligendo autori ancora noti, affermati, che avevano scritto sui fatti del tempo di Tiberio.

Molti furono i delusi, e molti furono anche coloro i quali, pur conoscendo la realtà dei fatti, non poterono far altro che condannare retoricamente i colpevoli e dall'altro lato, non potendo revisionare un'immane corpus agiografico né andar contro le lobbies egemoni, indulgere nelle medesime attitudini rielaborative onde spiegare le pacchiane incongruenze della loro credenza. Dall'altro canto ancora, quelli che oramai si erano adagiati sulle comodità, trovavano obbligatorio continuare a perseguire la via del dolo.

Nel suo vangelo, Giovanni fa dire a Gesù che nel caso in cui egli portasse testimonianza di sé stesso, essa non sarebbe veritiera (5.31); qualche versetto dopo, l'evangelista non si accorge d'aver fatto parlare il medesimo dio in Terra di modo da smentire l'affermazione precedente (8.18). Non stupisca tale inquietante contraddizione, che i moderni apologisti si sono sforzati di proporre con significati "reconditi", poiché essa è perfettamente riflessa nella visione posseduta dai portavoce cristiani in merito alla Scrittura, alle sue origini e all'etica con la quale la si accoglieva. Agostino stesso, che non fu immune da giudizi, denunziò l'altrui fraudolenza ne Contra Mendacium e De Mendacio, nel quale ultimo però sottolineava che

"è legittimo per chi è impegnato in una discussione di diritto sulle cose eterne, o a colui che narra fatti secolari attinenti a religione e pietà, dissimulare a tempo debito qualsiasi cosa sia opportuno"

ed ebbe poi a dichiarare nel Contra epistula manichaei (5.6-6ss) che non avrebbe mai creduto nei vangeli nel caso in cui l'autorità della chiesa non l'avesse costretto a farlo.

"Che male c'è se si dice una grande menzogna per il bene della chiesa? [...] Una menzogna utile, provvidenziale, non è contro dio: egli l'accetterebbe" seguiva l'agostiniano Lutero con la medesima candida malizia del suo amato modello. Non vediamo per quale motivo le cose non debbano risiedere in questi termini: Origene non aveva forse asserito che anche dio può mentire per amore, teste la Bibbia? Sì che il profeta Geremia sospettava l'inganno, rivolgendosi a dio: "Sarai quindi un mentitore nei miei confronti?" (15.8).

Geronimo, a fasi alterne ripreso proprio dall'Ipponate in merito ("canta la palinodia", gli consigliava il discepolo di Ambrogio), rincarava la dose:

"Per confutare l'avversario, gli esegeti pensano una cosa e ne scrivono un'altra. Origene, Eusebio [ed altri] scrivono parecchio: sovente dicono il vero, altre volte solo ciò che è utile".

Con tutta la buona volontà di Geronimo, sicuramente il povero Origene, per quanti difetti avesse, non può essere certo accostato a un personaggio come Eusebio, che fu persino capace d'ammonire postumamente proprio Origene nel Contro Ierocle, affinché utilizzasse la menzogna come medicina! Anzi, l'ex discepolo di Sacca, alla cui influenza dobbiamo le successive formulazioni della Bibbia antecedentemente all'opera di Geronimo, fu una delle principali vittime della pratica d'interpolazione; Rufino compose un libro apposito sull'adulterazione delle sue opere, con le aggiunte che ne macchiarono la memoria e la dottrina.

Appunto Geronimo, il quale, dopo i primi tentativi di traduzione in latino effettuati forse a Cartagine da altri, ricevette da Damaso l'inquietante incarico di revisionare la Bibbia secondo le necessità dell'ecclesia romana, avendo chiesto una spiegazione al suo maestro, l'origenista Gregorio Nazanzieno, riferiva che

"egli tergiversò, e mi disse: «Lo farò in chiesa; e lì, quando la gente applaudirà, sarai costretto controvoglia a chiedermi ciò che non sai affatto». Non c'è nulla di più facile che gabbare il volgo volubilmente, a tal punto ammira quel che non comprende!".

Ancora Rufino si permetteva persino d'ironizzare sul fatto che due eretici come Apelle e Marcione avessero corretto i vangeli con gran fatica, dacché essi erano già stati adulterati da qualcun altro già al loro tempo; e non solo.
Già nel II secolo, Tertulliano ci informava della compilazione di una lettera paolina da parte di un prete orientale, reo confesso, "per amore di Paolo" (Sul Battesimo 17); ancora nel III secolo inoltrato Cipriano, il famoso vescovo di Cartagine, accusò i suoi colleghi di falsificare i vangeli oltre alle sue lettere; stessa cosa aveva affermato Dioniso di Corinto nel 170 per penna di Eusebio.
Qualche anno dopo, la lettera di Gregorio da Nissa contro i pellegrinaggi a Gerusalemme fu presa di mira dai correctores, che la deformarono secondo vedute personali.
Dulcis in fundo, nel 506 il vescovo Vittorio da Tonena confessava nelle sue Chronicae addirittura che "durante il consolato di Messala, sotto l'imperatore Anastasio, i santi vangeli, quasi scritti da evangelisti idioti, furono corretti ed emendati"; ma la cosa più inquietante è che tali operazioni fossero note già ai pagani e a quegli stessi eretici contro i quali i padri tentavano di difendere la benintesa ortodossia.

"I cristiani, come degli ebbri che, presi dai fumi della sbornia, si fanno del male da soli, hanno corrotto i vangeli originarii onde poter controbattere le obiezioni" infieriva già Celso; il manicheo Fausto da Milevi, avversario di Agostino, aggiungeva:

"Voi avete sostituito l'agàpe ai sacrifici dei pagani; i martiri ai loro idoli [...] come i pagani, tentate di conciliarvi le ombre dell'Ade con vino e feste; celebrate le medesime ricorrenze dei gentili, col calendario, nei solstizi; e così i loro costumi. Nulla vi distingue da loro, eccetto che vi riunite di nascosto [...] I nostri predecessori hanno frammisto molte cose alle parole di nostro signore, che, proposte sotto suo nome, si discostano dalla sua fede [...] e non sono concordi neanche fra loro [...] Tutti sappiamo che i vangeli non sono stati scritti né da Gesù né dai suoi apostoli, ma da sconosciuti, e molto tempo dopo che essi vissero; costoro, pensando bene che nessuno avrebbe creduto loro se avessero parlato in merito a cose cui non avevano assistito in prima persona, narrarono quei fatti con i nomi degli apostoli o dei discepoli di Gesù".

Dopo i primi tre secoli fondamentali nei quali si sviluppò l'opera, omettendo i Decretali ed altre fabbricazioni medievali la correzione dei testi sacri si manifestò in maniera massiccia dal V al X secolo, procedendo di pari passo con la redazione di fabliaux ameni come la Leggenda Aurea, le lettere di Paolo a Seneca, i volumi di corrispondenza tra Maria e Ignazio d'Antiochia, la favola di Giuseppe il falegname, il Pastore d'Erma, i centoni e altra letteratura digressiva compilata nel più puro spirito del documentarismo popolaresco di matrice ibrida ellenizzata. Dal Textus Receptus alla versione odierna dei vangeli, la Revisionata e la Nuova Revisionata compilata nel 1990, all'immutabile parola ispirata da dio sono state apportate una gran mole di variazioni più o meno ponderali: Matteo (1.25, 8.29, 16.20, 17.20, 20.16, 21.12, 25.13, 27.35), Marco (1.2, 6.11, 10.21, 10.24), Luca (1.28, 2.14), Giovanni 7.39, Atti 6.8, e parecchi ancora. Da Sisto V a Clemente VIII, altri fecero la loro parte, giungendo al punto di stravolgere pressoché del tutto anche il senso di certuni passi biblici (ad esempio Esodo 3.5), aggiungere o togliere ad libitum passi selezionati da libri "strani" come l'Ecclesiastico, e "conformare" l'intera lista dei comandamenti mosaici.

Certo, possiamo capire che chi emenda simili "sviste" sia assuefatto alla lettura di interi tomi, mentre il pio fedele si contenta semplicemente d'accogliere l'emendamento in buona fede, senza chiedersi cosa dica l'originale né se vi siano differenze da edizione a edizione. I "professionisti" non possono sbagliare, né essere non del tutto in buona fede: sanno già tutto quanto riguarda le scritture, ma probabilmente non possono criticarle con animo sereno. L'importante è che il Feticcio scritturale sia presente negli scaffali d'ogni casa rispettabile, a segnacolo di riconoscimento dell'uomo probo, che proprio agli "esperti" si rivolge per rassicurarsi della "certezza" di dio.

Se poi il Codice di Diritto Canonico sancisce pene "variabili" per la manipolazione delle sacre scritture (c. 1390), chiaramente l'appello non avrà alcun valore qualora il giudice è il Vaticano e l'imputato la stessa Curia... Come avrebbe dovuto accadere ad es. nel caso di alcune aggiunte ex novo al libro dell'Ecclesiaste, quali il 25.21, che non esiste in alcuna versione originale ufficiale precedente edita dalle stamperie vaticane, ed il cui senso è stato per giunta invertito nelle ultime due versioni rilasciate (CEI 74 e Paoline 78). Ma gli "addetti ai lavori" possono dire di tutto: ad es., che esistono originali "riservati" che non possono essere visionati da nessuno, i cui passi sono stati "integrati" nelle bibbie di vecchia data solo oggi, "quando i tempi sono più maturi". La gente non andrà a chiedersi come mai questi "originali riservati" escano fuori oggi, né se la chiesa custodisca tanti altri documenti importantissimi e ignoti alle masse.

Fortunatamente (o fortunosamente?) la chiesa ammette che i vangeli siano stati manomessi varie volte nel corso dei secoli: nell'occasione del definire la questione delle cause dell'antisemitismo, Wojtyla ha asseverato e insegnato che

"i vangeli sono il frutto di un lavoro redazionale lungo e complesso [...] Non è quindi escluso che alcuni riferimenti ostili o poco favorevoli agli ebrei abbiano come contesto storico i conflitti tra la chiesa nascente e la comunità ebraica. Alcune polemiche riflettono le condizioni dei rapporti tra ebrei e cristiani che cronologicamente sono molto posteriori a Gesù"

summarizzava l'Osservatore Romano del 14 aprile 1997. Pare evidente che i miracolosi casi biblici d'anacronismo siano confluiti nella tradizione neotestamentaria, sebbene il pontefice non ci spieghi l'accorrenza di una tale assimilazione, né precisa da parte di chi siano state commesse delle adulterazioni. Certo è che la chiesa rimarrà comunque immune dal dubbio e dalla colpa: il colpevole sarà stato ancora qualche suo "figlio", come il Vaticano si è già affrettato a precisare in merito ad altri delitti, compiuti "in nome di dio" nel corso di ben venti secoli.
Parte 1 . Parte 2 . Parte 3 . 
Copyight 2008/2009 Biagio Catalano - All rights reserved _ Best viewed on Mozilla Firefox at 1280 x 1024