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Se Gesù cristo non è risorto dai morti, la nostra predicazione è inutile: e pure la vostra fede è vana.
.. Paolo di Tarso.
Gli esempi miracolistici si innestano automaticamente nell'inconscio collettivo generando sotto-esempi "didascalici" quasi per inerzia: è l'uomo ad inventare questi placebo, per mitigare l'angoscia della morte, potenziando l'uomo stesso nell'unificarsi al Numinoso.
Tutte quelle fantasmagoriche imprese che il "dio" compie, sono effettivamente il frutto di un'immaginazione molto laterizzata. Il dio che resuscita i morti, cammina sull'acqua e moltiplica vivande, è però incapace di modificare la mente dei suoi "fedeli" affinché essi stessi siano incapacitati a sbagliare. Ancora quel medesimo dio, capace di creare il Tutto dal Nulla e di arrestare il Sole e la Luna su Gabaon e Aialon, non riuscirà ad aver la meglio sulle sue stesse creature, perché possedevano dei volgarissimi carri di ferro! Miracoli come quello di Giosuè hanno giustificato processi d'eresia; e così fu fin quando gli astronomi odierni non proposero che, in effetti, il condottiero biblico (semmai esisté) avesse assistito ad un raro evento cosmico.

Non vediamo nulla di più primitivo di strutture dialogiche del genere, dacché questi "miracoli" sono la riedizione di tanti altri exploits fantastici di cui la mitologia pagana era addirittura inflazionata; è solo la pretesa di storicità, a farceli credere reali. Erano cose d'altri tempi, è vero: Agostino stesso lamentava il fatto che nel periodo in cui visse non si facessero più miracoli, e ne concluse che i prodigi fossero stati utili agli inizi del cristianesimo, affinché gli uomini si congiungessero a dio tramite la testimonianza del miracolo, che ne attestava l'esistenza e la potenza.
Oggi, a quanto pare, Dio è sin troppo disgustato della realtà quotidiana, per beneficiare ancora le sue creature con exploit didascalici. Commentando alla macabra vicenda di Calanda (1) ne Il Miracolo (Rizzoli 1998), Messori ci precisa che quello stesso dio "deciso a non strafare" si rifiuta di palesarsi con effetti speciali per far sì che l'uomo rimanga libero di non credere, e per questo motivo è ridicola la pretesa di trovare nel miracolo la violazione di quelle leggi naturali che l'Onnipotente, in vena di assecondamento, ha evitato di fissare proprio per non mettere in imbarazzo lo scettico:

"Il Dio cristiano ha stabilito di dare abbastanza luce a chi vuol credere, ma di garantire abbastanza ombra per chi non vuole credere. Un Dio che ama il chiaroscuro, che vuole farsi cercare dalle sue creature, quasi giocando a rimpiattino con loro. Se si scoprisse interamente, non ci sarebbe alcun merito nell'adorarLo; se si celasse del tutto, sarebbe impossibile la fede".

È chiaro che il miracolo sfugga alla ragione, quindi anche certi dettagli anomali procedono di pari passo. Certamente, in questo caso si potrebbe incorrere in qualche problema di coerenza: come potremmo sintetizzare dalle parole del teologo Bruno Forte

"i nostri tempi sono caratterizzati dalla presunzione di spiegare tutto nell'ordine totalizzante della ragione. Si nega ogni realtà eccedente il pensiero [...] La crisi della ragione totalizzante, ossia delle ideologie, mostra il fallimento di una simile presunzione. Il miracolo apre una breccia ulteriore in questo orizzonte, mostrandoci lo spazio del non deducibile, lo spazio dell'alto di dio".

Siamo certi che il miracolo costituisca una categoria preminente di convalida della fede: è la prestidigitazione più classica per spiegare l'inspiegabile, quello spazio non deducibile che fa da ottimo pendant piuttosto alla realtà eccedente la deducibilità sul reddito dell'8‰.
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