Home . Fondamenti . Il mito dei santi martiri
Attenti a criticare la chiesa di dio: molti ci hanno già provato, e hanno mangiato tutti la polvere.
.. Desmond Tutu.
La letteratura agiografica brulica di temi del genere, sospinti da un'ingenua maliziosità abbastanza adeguata all'ignoranza dei primi secoli del cristianesimo: il martirio che rende la purezza all'anima in peccato; lo sposo che abbandona la moglie appena impalmata per vivere in miseria; l'innocenza perseguitata fino alla morte; il perdono delle offese spinto fino all'autolesionismo; il martirio della carità che fa sostituire un innocente a un condannato; la vergine nascosta sotto vesti maschili in un convento di monaci, la cui vera identità è svelata dopo la morte...

Queste tematiche seguono una metodica d'estrapolazione del fatto storico, abbellito in chiave mitica "evemeristica", quasi costituendo un doppiofondo della storia, che i credenti non vanno ad indagare: la truculenza del fatto, unita al vittimismo ed agli exploit straordinari, annichila l'interrogativo. In tal modo, non ci si chiede come mai una tradizione riferisca che Pietro sarebbe stato martirizzato a Roma, e un'altra a Edessa; Matteo in Etiopia o in Persia; Filippo e Andrea in Grecia o in Scizia; Bartolomeo a Cipro o a Milano; Simone in Egitto o in Mauritania, Tommaso in India o in Scizia.

Ci sono casi di trasposizione da manuale, come quello di "san" Giorgio, sul quale è distensivo spendere qualche parola per sommi capi. La tradizione vuole che il martirio di costui avvenne sotto il persiano Daciano (che però in molte recensioni è sostituito da Diocleziano) (1), il quale convoca settantadue re per decidere le misure da prendere contro i cristiani: ma Giorgio, rifiutatosi di sacrificare agli dèi, distribuisce i beni ai poveri e si confessa cristiano dinnanzi alla corte. Il santo viene fustigato e gettato in carcere, dove ha una visione del Signore che gli predice sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre la resurrezione; uscito di prigione, Giorgio ha la meglio sul mago Atanasio, che come ricompensa si converte e viene martirizzato. Segato in due con una ruota acuminata, Giorgio resuscita e converte il magister militum Anatolio con tutte le sue schiere, che vengono ricompensate a fil di spada. La scena si sposta poi dinnanzi ad un tal re Tranquillino, a cui gentile richiesta riporta in vita diciassette persone morte dalla bellezza di quattrocentosessant'anni, poi le battezza e le fa sparire; indi Giorgio entra in un tempio pagano, e con un alito ne abbatte gli idoli. Colpita dai prodigi, l'imperatrice Alessandra si converte e... viene martirizzata! Dopo tutto ciò, l'infaticabile ammazzasette si lascia tranquillamente spiccare la testa dal collo, promettendo protezione a chi onorerà le sue reliquie, non prima che l'Onnipotente abbia incenerito i suoi persecutori.
Fin qui con la leggenda, simile a tante altre (v. il caso di sant'Ansano); fuori da dettagli simbolicamente sospetti — i settantadue re etc. — e da chiare attestazioni di violenza vittimistica in aperto contrasto con l'ufficiosa propaganda di mansuetudine cristiana, si tratta, eziandio, di esagerazioni ad captandum che sovvertono le reali basi storiche.
La storia esterna al mito intessuto dagli agiografi vuole che Giorgio di Cappadocia, oltre ad essere stato in sostanza uno speculatore di derrate alimentari militari e un eretico ariano, sia morto non già a causa di Diocleziano o Daciano che dir si voglia, bensì per mano delle fazioni ortodosse guidate dal vescovo cattolico Atanasio d'Alessandria (qui trasformato in un "mago"), poi esiliato nientemeno che da Giuliano l'Apostata appunto per questo misfatto. In secondo luogo, la leggenda del drago è una chiara rielaborazione locale dovuta al ritrovamento (citato da Plinio e altri) di uno scheletro di balena sulle coste di Lidda; infine, il 23 aprile era già stata una festa romana dedicata piuttosto a Marte, anziché al martire Giorgio!

Aneddoti del genere convergono nelle procedure di deformazione della storicità a vantaggio del fantastico. Molto spesso, onde cattivare l'accodiscendeza delle classi militari, ancora piuttosto legate al mitraismo, si ricorreva a temi epici e a metafore militaresche, nelle quali il santo combatte spargendo sangue in nome di dio e per l'onore del miles christi: a cominciare dalle figure militari dei vangeli, circa un quarto dei "martiri" e dei santi cristiani sono ex pagani impiegati nell'esercito, soprattutto stranieri come il san Maurizio della misteriosa Legione Tebana, mentre per gran parte della media si tratta di vergini e madri esemplari, temi cari alle matrone.

Per fornire tangibile prova della pacificità ottenuta dalla contemplazione del Mite Agnello, i "santi padri" gioivano additando questi truci esempi, immaginando le atroci ricompense avrebbero atteso i persecutori nell'aldilà: grazie a questi virtuosi del calamaio, uomini come Nerone, Diocleziano, Adriano, Decio, Domiziano diventarono mostri efferati e sanguinarii, il cui unico scopo nella vita era quello di seviziare i pacifici cristiani, per mero piacere personale.
Espedienti teatrali siffatti avevano lo scopo di foraggiare il senso dello stupefacente tramite l'iperbolico, e al contempo fiaccare gli avversarii guadagnando parimenti il consenso non solo delle classi umili, ma anche di quelle élite stanche e critiche: gradualmente la resistenza fu fiaccata, ricevendo il colpo di grazia una volta che gli avversari, impietositi e sgomenti, ebbero abbassato la guardia, sicchè i cristiani presero piede nella Cosa Pubblica sostituendosi alla vecchia gestione. Questo cambio di consegne fece sì che, come accade in tutti i casi del genere, l'anarchismo pro tempore si trasformò a sua volta in una forma d'intransigenza centralizzata oltremodo spietata, attuando — stavolta storicamente — nel corso di ben due millenni delle straordinarie crudeltà quali gli imperatori romani e i loro sottoposti, per quanto "dissoluti" e spietati, poterono compiere solamente nella fantasia dei loro vili detrattori.
Erano comunque autorizzati a farlo, poiché erano seguaci del vero dio; lo facevano "per amore", come ci spiega Agostino nella lettera CLXXXV:

"C'è una persecuzione ingiusta, ossia quella inflitta dagli empii contro la chiesa di cristo, e una giusta, che è quella inflitta dalla chiesa agli empii. Tra l'altro, essa perseguita nello spirito dell'amore: gli empii in quello dell'odio" (2.11).

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