Per questioni di prestigio ed immagine, "l'umile cattedra di Pietro" si attende a dir poco obbligatoriamente dei costanti riconoscimenti ed inchini alla sua maestà, che la comunità globale oramai ha ben assodato essere assolutamente circense: e quando ciò non accade, apriti cielo (ricordiamo ad esempio il modo in cui nel 2003 la Santa Sede espresse riprovazione per il mancato assegnamento del Nobel a Wojtyla)!
Ho appena letto un articolo de Il Giornale ("quotidiano" berlusconiano) a firma di tal Tony Damascelli, intitolato "L'azzardo del Time", che definire urticante è poco: ve ne riporto qualche estratto significativo (che potrete anche leggere online, di modo da constatarne la genuinità integrale), cosicchè ve ne renderete conto pure voi.

Gli americani vedono troppi film. Americani. Basta scorrere l’elenco dei cento personaggi più influenti del mondo, pubblicato sull'ultimo numero di Time, per comprendere quali sono i cinematografi della vita frequentati negli Stati Uniti. Sorprese, conferme, esclusioni clamorose, promozioni inaspettate, gente che va, gente che viene. Cento, dunque, tra uomini e donne, divisi per classi, come si fa a scuola il giorno dell'appello: di qua i leaders e i rivoluzionari, di là gli scienziati e gli intellettuali, più indietro gli artisti e gli intrattenitori, quindi i costruttori e i titani (davvero così li chiamano, oh yes!) e potevano mancare gli eroi e i pionieri, nella terra di zio Sam? Giammai. Le classifiche sono fatte per dividere, provocano discussioni, aprono dibattiti, accendono polemiche.
A Benedetto XVI, reduce dal viaggio tra stelle e strisce, non è bastato pregare a Ground Zero, il Time lo ha cacciato tra i sotto zero, niente, nemmeno un asterisco, nonostante le ola della folla, nonostante il grande pellegrino di Roma abbia raccolto onori e atti di fede. Il suo messaggio non è stato recapitato sulla linea dell’utente desiderato, basta leggere i nomi e i cognomi dei cento concorrenti di questo grandioso Grande Fratello yankee. Benedetto XVI è stato surclassato dal Dalai Lama che si è meritato il primo posto della lista, ovviamente tra i leaders e i rivoluzionari. (03-05-2008)

Basta qua: è troppo anche per me, che pur mi sono auto-vaccinato col subire decine e decine di agnellose colonne "giornalistiche" di Socci, Messori et similia... Sarò dunque estremamente sintetico (anche perchè non vorrei dare a simili "penne eccelse" alcuna occasione per sentirsi importanti).

In primis (e ve lo dice uno che certamente non va proprio pazzo per tutto ciò che è americano...), il Time è indiscutibilmente il periodico più famoso ed autorevole al mondo; ed i suoi redattori (così come credo il 90% delle persona sane di mente sul pianeta, che sanno guardare dietro la stoffa dorata di una stola o di un paio di rubizze pantofole di Prada, per constatare la reale valenza di una persona...) sanno bene cosa scrivono e perchè lo scrivono. Dunque è assolutamente inutile tentare di nobilitare con gigantografie papali sia la testata che simili articolucci in sè per sè: anzi, è peggio.

In secondo luogo, capirei che ogni qual volta non ci si lasciasse andare a genuflessioni nei confronti del "nostro" vice-Dio in Terra, sarà sicuramente un'occasione per farsi criticare dai suoi pii -- quanto ignoranti -- circoncellioni: ma ad essere onesti, Ratzinger non ha certo brillato nè per iniziative notabili, nè per un suo qualche spessore umano. Capirei anche che, laddove per un ateo il papa è null'altro che l'esecutore della volontà di lobbies commerciali anzichè di un dio inesistente, per un baciapile si tratta sicuramente di un santo, e qualsiasi cosa egli dice o fa, merita senza dubbio plauso e ammirazione: persino un suo respiro, è fonte di meraviglia.

Capito, egregio signor Damascelli? Lei si è vergognato almeno un po', a pensare di poter preferire un personaggio come Ratzinger ad un Pistorius? Oppure a "ridimensionare" proprio quel Dalai Lama al cui caso si appellano i cristiani italiani, per svillaneggiare la mancanza di "libertà" nella Cina dei "comunisti mangiatori di bambini"?

Ma già: lei sa di scrivere per un giornale sicuramente "super partes", figurando tra le dependences "informative" del maggiore propalatore di monnezza mediatica "yankee", uno dei pochissimi esempi di Made in Italy che nessuno al mondo vorrà mai copiare, e che del resto si è sempre fatto in quattro per ribadire l'incondizionata sudditanza perpetua dell'Italia nei confronti "dell'alleato americano". E dimenticavo: che è anche patron di Kakà...

Concludo molto sinteticamente: informatevi, prima di parlare. Ci sono persone che cessano d'essere giornalisti quando miscelano il loro mestiere con la religione tradizionalmente ereditata, di cui certamente sono fedelissimi.
Dunque non fate i "giornalisti", se prima non sarete stati capaci d'essere almeno un minimo logici, nel discernere ciò che difendete sia come ideologie che come insieme di vicenda "storica" e persona fisica.
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