Addentrandoci nell'epoca di Giosué, notiamo perfetta concordanza di stile col periodo precedente. Tralasciati i giganti, il miracolo di Gabaon o le trombe di Jerico, la parte narrativa di questo libro è concisa, e si riduce ad un mero elenco di città che Yahvéh offre in potere agli israeliti, mentre le imprese di Jerico ed Ai sono un'invenzione tratta da qualche remoto spunto narrativo, poiché all'epoca del condottiero queste due città erano in rovina già da secoli, o non esistevano ancora; l'antichissima Jerico cessò d'esistere cinque millenni prima, mentre Gabaon, come c'informa la stessa Bibbia, fu edificata dal bisnonno di Saul, il che ci catapulterebbe quantomeno a cento anni dopo Giosué. Quest'ultimo, poi, asserisce che Ai non verrà mai più abitata (8.28): ma a parte il fatto che questa città fosse già in rovina sin prima del suo (presunto) tempo, Nehemia la enumera fra i centri urbani d'Israele ancora all'epoca della deportazione a Babilonia (7.32), ossia mezzo millennio dopo.
Simili anacronismi non debbono stupire, se consideriamo ancora quanto detto sopra: nella Bibbia diventa possibile che gli israeliti di Beniamino convivano pacificamente a Gerusalemme con quei gebusei che erano stati già annientati dalla tribù di Giuda (Gdc. 1.18); parimenti possibile è che David penetri a Gerusalemme attraverso un varco nella condotta dell'acqua, che la Bibbia dice costruita proprio dai gebusei, laddove altrove la attribuisce all'iniziativa di re Ezechia, vissuto decenni dopo (3 Re 20.20); per tutto ciò, non dovrebbe meravigliare il fatto che David porti la testa di Golia a Gerusalemme quando la città era ancora in mano sempre ai gebusei (1 Re 17.54), o che Golia stesso sia ucciso ancora per mano di Elanan, qualche anno dopo (2 Re 21.19). Non per altro, molti hanno visto in questo tal Elanan il "nome segreto" di David, e nel gigante un "omonimo" o "un suo fratello"; che viene poi duplicato col nome di Lami, ancora ucciso da questo Elanan. A far compagnia a casi del genere ritroviamo quello di re Abin, ucciso una prima volta da Giosué ed una seconda nel Libro dei Giudici, qualche secolo dopo.
Factoids analoghi si ripetono costantemente. Ne Gen. 4, Er ed Onan figurano ancora fra gli esuli in Egitto nonostante fossero morti tempo prima a Canaan. Allo stesso modo, gli amaleciti sconfitti da Abramo in Gen. 14 non potevano esistere all'epoca del patriarca, dal momento che erano discendenti di Esaù, che a quel tempo non era ancora nato, giacché era pronipote di Abramo. Durante il periodo dei Giudici, risorgono nuovamente quegli stessi midianiti che Mosé aveva completamente sterminato (Nmr. 31.7), per ricomparire ancora una volta al tempo di Saul e David, un centinaio d'anni dopo; sempre al tempo di David, in sei mesi Ioab uccide tutti i maschi di Edom, che si ribella ancora qualche anno dopo al pieno delle sue forze.
L'epoca davidica, quella di sovrani esemplari come David e Salomone, non sfugge al senso generale del libro. Il primo bistratta i cugini moabiti, il cui re, Mizpa, a suo tempo lo aveva fraternamente ospitato salvandolo da Saul; poi riesce ad ottenere albergo e una città in regalo da quegli stessi filistei che egli aveva privato di Golia e ridicolizzato in malo modo, con i quali, in un altrettanto anomalo passo d'amnesia collettiva, avrebbe stretto alleanza per colpire i suoi stessi connazionali: e l'avrebbe certamente fatto, se solo la deprecabile diffidenza dei filistei non gli avesse impedito di compiere una simile infamia. Malgrado Yahvéh proibisse l'adulterio, David ne fa man bassa, spingendosi anche al delitto pur di soddisfare i proprii istinti; d'altronde, l'anomalo comportamento di Yahvéh è in sintonia con quello di un re dissoluto, se il dio degli dèi prima gli ordina di censire il popolo e poi lo punisce per aver obbedito al rogito, seppur dopo averlo messo democraticamente in grado di scegliere fra tre alternative: l'effetto dell'ira di dio, settantamila morti di peste, sarebbe al solito un numero di vittime sin troppo eclatante e sproporzionato, per non costituire il frutto dell'usuale esagerazione simbolistica di chi inventò certe gesta.
Il "giusto e saggio" Salomone ascende al trono grazie al complotto ordito dalla madre Betsabea e dal sacerdote Natan ai danni del vecchio padre, quasi sulla scia della vicenda di Giacobbe, trasgredendo così al comandamento di Deut. 23.3, poiché Salomone non era né primogenito né figlio legittimo: ma era prediletto e infuso della sapienza divina. Onde avallare la propria posizione, l'usurpatore uccide Adonia, il primogenito, e poi si volge contro il generale Ioab, rimasto fedele alla tradizione: rifugiatosi nel templio, il vecchio soldato venne raggiunto dai sicari di Salomone, che in tal modo commise in un sol colpo una doppia trasgressione, cioè omicidio e profanazione del Sancta Sanctorum, senza che Yahvéh abbia nulla da eccepire in tutto ciò. Poi giustificò il crimine dicendo che "anche Ioab era un assassino" (due torti equivalgono a una ragione...).
Altre meraviglie ci attendono, nella storia del "più saggio fra i re". Con un migliaio fra mogli e concubine, Salomone sfoggia un harem talmente mastodontico da far impallidire i più facoltosi sceicchi odierni, ed era talmente ricco da aver donato un totale di mezzo milione di bestie per i sacrifici all'inaugurazione del templio di Gerusalemme. Quantunque certe illustrazioni non rendano l'idea, il templio, delle dimensioni assimilabili a quelle di un magazzino di granaglie, richiese la manodopera di oltre centomila lavoratori: sinora, purtroppo, di quest'altra fantomatica meraviglia dell'antichità biblica non è stato trovato un solo mattone, malgrado gli sforzi decennali profusi da archeologi come Yigal Shiloh. Lo stesso dicasi per il porto nel quale teneva le navi con le quali effettuava le sue spedizioni, nonostante gli ebrei, pur vissuti a ridosso del Mediterraneo, non abbiano mai posseduto alcuna nozione d'ingegneria navale avanzata; difatti il re si affidava ai navigatori fenici, ma nessun documento fenicio cita i suoi mastodontici traffici. Oltremodo strano è che un sovrano così potente, che stando alla Bibbia sposò una principessa egizia e dovette aver intessuto ingenti rapporti commerciali anche con il Corno d'Africa, la Sabah yemenita e Tarshish, non ci abbia lasciato archivi di compravendita che li attestano, pratica comunissima a tutte le civiltà dell'alveo mediorientale, per grandi o piccole che fossero.
Non permane alcun documento, né in Israele né altrove, in merito alle copiose donazioni recate annualmente a Salomone da ogni parte del mondo; nessuna traccia dei centomila talenti d'oro ed un milione d'argento ereditati da parte David (eppure il figlio di Jesse — James? — compì parecchie rapine e razzie!), equivalenti ad oltre 34.000 quintali d'oro e 340.000 d'argento, pari ad un controvalore di circa 65.000 milioni di euro attuali, esclusi i 200 quintali che annualmente impinguavano le casse regie grazie ai tributi elargitigli da chissà quali altrettanto fantomatiche nazioni-satellite (1 Chr. 22.16). Con numeri del genere, non è disatteso che Salomone sia stato assorbito piuttosto facilmente dal folklore arabo che gravita sulla scia delle Mille e una Notte, o in quello etiope in special modo, guardando alle leggende del Kebra Nagast: di cosa dovremmo stupirci, se la stessa Bibbia ci sussurra che, in così gran regno, egli avesse dislocato dodici prefetti, impegnati a procurare alla sua corte il necessario "per ciascun mese dell'anno"? In fondo, il nome di Salomone proviene da una radice che significa "Sole": l'astro diurno ha appunto dodici "attendenti", i segni dello Zodiaco, uno per ogni mese dell'anno!
Non dobbiamo affatto stupirci, poiché anche questa è un'epoca di straordinari prodigi: troviamo re che diventano padri verosimilmente a dieci anni, come nel caso di Acaz ed Ezechia, o come in quello di Acazia, che all'età di quarantadue anni succede a suo padre, morto a quarant'anni. Ne conveniamo, sono evidenze bizzarre, che solo la loro frequenza contribuisce a levigare: non sapremmo se giudicare profezia o refuso il fatto che per costruire il templio David collazioni diecimila darici, una moneta coniata da Dario I mezzo millennio dopo il suo tempo (1 Chr. 29)! Poco male: altre traduzioni moderne parlano di "dracme"!
Altre incongruenze ci attendono con il Libro di Daniele, considerato l'esempio più indiscutibile della divina ispirazione profetica che prelude all'idolo cristiano, ma purtroppo già demistificato sin dal tempo del neoplatonista Porfirio da Tiro nonostante le acrobazie degli esegeti moderni: al 5.1 Belshazzar è presentato come figlio e successore di Nabucodonosor, ma in realtà Belshazzar non fu mai re, perché a suo padre (Nabu-nah'id, ultimo sovrano caldeo) successe proprio Ciro, del quale i "profeti" non conoscevano nemmeno i natali; il Vate asserisce, inoltre, che alla morte di Belshazzar sarebbe asceso al trono Dario, "figlio di Assuero", che in realtà regnò dopo Ciro, il quale al 7.29 signoreggia a Babilonia dopo Dario, ed al 9.1 è definito "figlio di Serse", mentre la storia ci dice il contrario di tutto ciò. Assuero è Serse I, che però è nipote di Istaspe, non viceversa; a sua volta, è Istaspe il padre di Dario, non Serse.
Ma anche gli angeli mangiano fagioli: difatti, un messaggero divino informerà Daniele del fatto che dopo Ciro in Persia vi saranno soltanto altri tre re, laddove in realtà ne seguirono otto. |