Home . Assurdo . Il libro che avete letto male
Le caratteristiche peculiari di questo "dio sommo" risaltano tutte proprio al tempo del presunto autore del Pentateuco: un contesto alquanto sintomatico della realtà formativa del yahvismo.
In tutto questo periodo (uno stadio di transizione che culminerà con la narrazione di Giosué) il tema basilare è essenzialmente a carattere militare e demagogico, null'altro.

Sotto la guida di Yahvéh, il condottiero riporta strabilianti vittorie, ad esempio contro il popolo del suo stesso suocero, predando ingente bottino e deportando ben 32.000 tra donne vergini e bambine, dei quali beneficerà pure il dio (Nmr. 31.1-54, 28.29), dopo che Mosé ne ebbe "scremato" ben 60.000 facendo uccidere i maschi e le donne libate (14.15).
Mettendo di lato i bambini, non ci è dato sapere che fine abbiano fatto le donne vergini. Chiaro è che non possano essere state destinate a soddisfare le voglie di Yahvéh, sebbene il dio fosse piuttosto antropomorfo e concreto anziché immateriale, come ci dicono Mosé stesso (Exd. 33) e Abramo, al quale appare in forma d'uomo promettendogli di renderlo padre entro breve tempo: sorte condivisa a tutte le donne sterili che partorivano, poi, eroi o uomini di riguardo. Senza dubbio non possono aver servito nei templi, poiché alle donne non era consentito: né potremmo malignare che a beneficiare delle loro grazie fossero i sacerdoti, che, come accadeva a Babilonia, si intrufolavano nei templi sotto le spoglie di dèi, per giacere con la "fortunata" di turno...

L'avidità di stragi di Yahvéh è pienamente certificata in varie circostanze (vedasi Lvt. 29.11-37, Exd. 25.1-5, Eze. 9.5-6), già a partire dal compiacimento con cui si descrivono le operazioni sacrificali. Prodigandosi in rampogne sui sacrifici umani devoluti al concorrente Moloch, il dio ebraico ingiunge: "Offrirai a me il primogenito dei tuoi figliuoli, e lo stesso farai con quelli delle tue bestie" (Exd. 22.28-30).
Premesso che quando nella Bibbia si parla di "offerta" a Yahvéh si intende un sacrificio prevalentemente di sangue, è noto che le bestie fossero sacrificate: ma dato che Yahvéh non potrebbe essere "mai" stato un dio cannibale, a cosa gli servivano i "primogeniti degli uomini"? A votarli al nazireato? No: quello era un voto di chiamata diretto, espressamente imposto da dio solo a pochi. Servivano forse per farli diventare sacerdoti nel templio? No: questi erano scelti soltanto tra i membri della tribù di Levi, non di tutto Israele, nè tantomeno tra le prede di guerra straniere. Difatti, molto più avanti, Yahvéh cambia idea anche in questo caso (Nmr. 3.41ss), pretendendo questi servi solo da Levi.

I bambini come esseri sacrificabili "per il bene della comunità" non sono una cosa inaudita, nella Bibbia. Inoltre, oggi sappiamo che pure gli ebrei praticarono culti infanticidi, sebbene gli storici dicano che si trattasse di "apostata" adoratori di "falsi dèi": poteva mai essere che Yahvéh imponesse sacrifici umani, se lui stesso avversava gli accoliti di dèi concorrenti perché praticavano questi rituali? No di certo! Epperò, lo stesso Levitico ci fa capire che qualsiasi cosa votata al dio, sia animale che umana, dovesse essere messa a morte (27.2)!
Più sicuramente, vicende come quella della figlia di Jefte nel Libro dei Giudici, il primo dei cosiddetti libri storici, potrebbero portare a nuove considerazioni sul destino di queste vergini, ed in genere sul vero volto di questo tremendo e sanguinario dio.
Per adempiere ad un voto nei confronti di Yahvéh, osannato come "giusto sterminatore d'innocenti" nell'Epistola agli ebrei, Jefte — il figlio di una prostituta, lodato come "virtuoso esempio d'obbedienza" ancora nella medesima lettera di cui sopra — deve sacrificare la propria figlia, che non ha nulla da ridire sul proposito del padre; il libro ci dice che il condottiero si accinge al compito, ma anche in tal caso si tace sull'epilogo della vicenda (peraltro assai simile al copione del sacrificio della vergine Ifigenia omerica).
Ancora in questo gran bel libro troviamo altri esempi che solo la mancanza di commenti contribuisce a far passare in discrezione, nella speranza che siano simbolici (anche perché si tratta quasi di una replica dell'altrettanto poco edificante vicenda dei sodomiti di Loth). qui si parla di un levìta che cede la concubina del suo ospite per saziare le libidini sodomitiche della calca di Gabaa, e, dopo che la donna è stata ridotta ai minimi termini, la smembra in dodici pezzi, che invia come proclama di guerra per tutto Israele al fine di vendicare lo scempio (19.22)... compiuto dai violentatori!

Nel testo il gusto per la strage si sviluppa con continuità, intrecciandosi a quello per il paradossale ed il contraddittorio; il sacrificio cruento, descritto sin nei dettagli più minuziosi, indica un dio che sembra quasi godere morbosamente dell'eccidio, anche ai danni dei suoi stessi protetti, come accade frequentemente con l'ascesa di Mosé, quello stesso che ammazza l'egiziano "dopo essersi assicurato che nessuno lo osserva": secondo il Deuteronomio (27.24), attribuito proprio a lui, dio maledice anche chi fa un'azione del genere (forse per questo motivo David si assicurava sempre d'eliminare tutti i testimoni superstiti, dopo ogni sua scorribanda). Dunque, non dobbiamo stupirci di tutti questi preferenzialismi e stranezze.

Prima della discesa dal Sinai, Yahvéh aveva mutato per l'ennesima volta parere sul proposito di decimare gli idolatri dopo averne mercanteggiato la vita con il suo eletto come un dettagliante da fiera paesana:

"Il signore disse allora a Mosé: «Lasciami fare, non impedire (sic!) che la mia collera si sfoghi su di loro»" (Exd. 32.7-14).

Dopo una pausa di riflessione e varie fasi di contrattazione con il suo esecutore, il dio gli ordina di sterminare i connazionali apostata, che, se dovessimo credere alla Bibbia, si lascerebbero piamente scannare da amici e parenti quasi per riconosciuta colposità, offrendosi ad una "consacrazione" veramente edificante per i loro carnefici:

"[Mosé] disse: «Chi è del signore venga con me». Si riunirono dunque a lui tutti i figli di Levi, e Mosé disse loro: «Il signore dio d'Israele dice così: 'Ognuno di voi cinga una spada, andate e tornate da una parte all'altra del campo e ciascuno uccida financo il fratello, l'amico o il prossimo suo!'». Fecero i figli di Levi secondo gli ordini di Mosé, e caddero quel giorno ventitremila uomini. Disse allora Mosé: «Ciascuno di voi ha consacrato oggi al Signore le sue mani nel figlio e nel fratello suo, e ve ne sarà data benedizione»" (Exd. 32.26-29).

Nel caso di Mosé, è più opinabile che si tratti di simbolismi di eventi possibilmente verificatisi storicamente in scala ridotta, e poi gonfiati in maniera spropositata nelle pagine bibliche a cagione di una disperata necessità di auto-affermazione mitomaniaca degli israeliti; non si vedrebbe in quale altro modo potremmo definire certi fatti biblici che non riscuotono alcun riscontro storico al di fuori del gran libro, e per i quali spesso e volentieri si invoca puerilmente la salvifica "imperscrutabilità" dei "disegni divini".

Si avverte una sorta d'esagerazione ingiustificata, quasi un vizio di forma compiaciuto, nell'arricchire fatti minimali magari storicamente verificatisi in un contesto ristretto, ed amplificarli a livello universale (operazione che probabilmente non suscita interrogativi, perché si ha a che fare con un dio); anzi, non può suscitarne proprio perché è favola. Accade così che l'Eletto ed i suoi epigoni decimano, come se si trattasse di fare una scampagnata, centinaia di migliaia di persone, tali da rappresentare da sole l'intera popolazione del Medioriente d'allora, salvo dettagli puramente iperbolici. Il fatto che egli poté disporre di circa 60.000 uomini atti alle armi contro i 20.000 dell'esercito egizio, di cui ci viene fornito persino il nome di ciascun reggimento, ma non si impadronisce di una nazione prostrata dai miracoli divini, istiga a sceverare le eventuali motivazioni etiche del proponimento mancato, dato che con un esercito di soli 25.000 elementi il Macedone conquistò non solo l'Egitto e la Persia, ma si spinse fino alle porte dell'India; probabilmente ciò non avvenne perché il fine del giusto e pacifico Yahvéh era quello di far fuggire i suoi protetti alla conquista di un'altrui terra promessa, che, ai dati di fatto, non è certo cosparsa di fiumi di latte e miele.

Il numero dei soldati di Mosé è nulla, al confronto con quella che avrebbe dovuto essere l'intera popolazione degli esuli, divenuti svariati milioni nel giro di pochi secoli a dispetto della genetica umana: singolarmente, dopo trent'anni questa torma di soldati sparisce ex abrupto come la legione Deiotariana nelle sabbie del deserto egiziano (Deut. 2.14). La cosa più singolare è che, nonostante episodi al cui confronto Pearl Harbor è simile ad una scaramuccia di quartiere, alla fine la situazione si risolve invariabilmente in un nulla di fatto: ed anzi, talora peggio di prima.

Casi come questi non sono isolati: contando le campagne di David e Giosué, sarebbero milioni i morti ed i prigionieri mietuti dai seguaci di Yahvéh ai danni d'intere nazioni come moabiti, hetei, hevei, cananei, ammoniti, di norma potenti e alleate l'un l'altra, e che conoscevano strategicamente alla perfezione i luoghi di cui erano autoctone. Tutte queste popolazioni abitavano in un'area storicamente sottoposta alla protezione degli egizi, sicché lo scenario che si profilerebbe è paradossale, al punto che Yahvéh serve soltanto a giustificare delle fantomatiche imprese altrimenti impossibili fuor da ridondanze rodomontesche, considerato che questo dio onnipotente, garante di vittoria sicura, mirabolante industria di miracoli a ciclo continuo, in certi casi non riesce a sconfiggere dei semplici esseri umani perché hanno dei miserabili carri di ferro (Gdc. 1.19). In effetti, oggi gli "ermeneuti" ci dicono che chi ricopiò in tempi più recenti il passo di "Mosé", compì un errore di calcolo, aggiungendo "qualche decina di migliaia" di soldati in più al "sacro libro" cui non è possibile aggiungere o togliere neppure un jod... Forse per lo stesso motivo, oggi, nelle ultime due edizioni della Bibbia (CEI 74 e Paoline 78), le ventitremila vittime dei levìti, di cui sopra, diventano magicamente tremila.

Il vizio esagerato persiste un po' per tutto il libro. Nelle Cronache, Abdia e Geroboamo si scontrano con un totale d'oltre un milione di uomini, con la perdita di mezzo milione di armati in un singolo confronto, mentre ne 2 Re 24 leggiamo come le truppe di David superino ancora un milione d'unità, vale a dire l'equivalente degli effettivi dell'esercito statunitense agli inizi del Terzo Millennio. Nella matematica biblica, invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non cambia: nel Genesi leggiamo che con poco più di trecento pastori Abramo distrusse un'armata di svariate migliaia di soldati al solo scopo di salvare Loth, sconfiggendo Amraphel, che, come volevano gli storici biblici fino a poco tempo fa, sarebbe stato addirittura il grande Hammurabi, la cui unica débacle per mano degli ebrei fu tutt'al più quella di farsi derubare delle sue leggi. Stesso dicasi ancora in epoca più recente, con le fantasmagoriche imprese dei Maccabei, a cui proposito non stupisce perché mai questi libri siano tutt'oggi colti con estremo sospetto. Ma tutto ciò è cosa di poco conto, se confrontato alle gesta di Shamgar, che abbatté 600 filistei con un bastone da vaccaro, o dei "prodi di David": Ishbaal, capace di far fuori 800 nemici con una sola lancia, o Sammah, che sconfisse da solo un drappello di filistei radunati... in un campo di lenticchie!

L'apoteosi guerresca di tipo sansoniano travalica infine nel tragicomico, ad es. con l'episodio di Dinah: qui leggiamo che per vendicare l'affronto fatto alla sorella, malgrado fosse stata consenziente e Sicem disposto a riparare, i gemelli Simeone e Levi uccidono da soli tutti i maschi di un'intera città, dopo averli però circoncisi, ripetendo alfine nuovamente il rito del "ratto delle sabine". Ci auguriamo che pure dietro questa vicenda boccaccesca si celi una qualche oscura trasposizione allegorica, dato che per gli ebrei i due ammazzasette simboleggiavano la costellazione dei Gemelli e Dinah la Vergine; fra parentesi, il secondo di loro è l'eponimo della tribù maledetta da Giacobbe, la stessa da cui discenderanno poi i levìti, i sacerdoti di Yahvéh!!!

Potremmo arguire che, a parte motivi a carattere profilattico, per gli ebrei i prepuzi rivestissero un'importanza capitale, a leggere come Yahvéh avesse minacciato di morte proprio Mosé perché non aveva ancora circonciso il proprio figlio. Questa sorta di feticismo etnico raggiunge il livello della monomania, rasentando il grottesco in passi come 1 Re 18.27; qui David, volendo fare la sua bella figura col suocero, regala a quest'ultimo il doppio dei prepuzi richiestigli in dote, seviziando duecento filistei, ma evidentemente lo stesso copista non fu tanto convinto dell'impresa, dacché nel libro successivo di "Samuele" (ovvero 2 Re 3.14) ci presenta un eroe che, colto da amnesia, afferma d'averne "mietuto" la metà.
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