Home . Assurdo . Il libro che avete letto male
Messo momentaneamente da parte l'enigmatico dio "trascendente" evangelico, che già Marcione differenziava da quello biblico, notiamo una sequela di dettagli parecchio singolari a proposito di quest'ultimo: dettagli che non dovrebbero affatto sussistere nel libro ritenuto espressione della sua parola, e che ben giustificherebbero la necessità di un dio più "preciso" da parte di chi s'incaricò d'allestire l'"evoluzione teologica" cristiana.

"Osservate le mie leggi e mettetele in pratica. Io sono il Signore che vi vuole fare santi", dice Yahvéh nel Deuteronomio; ma proprio ad osservare queste "leggi", dubitiamo siano il viatico per la santità.
Se le incongruenze che riscontriamo negli episodi che spaziano da Adamo a Noé ci suggeriscono piuttosto una divinità affetta da demenza senile, dall'altro canto Yahvéh è caratterizzato da una sistematica predilezione per il paradosso e la violenza: la sua politica può essere sintetizzata per massima statistica nel costante utilizzo di formule d'ammonizione, rampogne, ricatti, vendette, esempi truculenti di minaccia, secondo lo schema "se fai... allora... altrimenti".

Tolti i cosiddetti miracoli e certi episodi teatrali di dubbia provenienza, le minacce, i vaticinii e le promesse convergono a formare il substrato primario dell'agenda di Yahvéh, costituendo il motivo per cui la sua figura di basso profilo si è impressa nell'inconscio di massa. Qualsiasi sua proposizioneè assolutamente distante dall'olimpica comprensione rassegnata con cui il paterno El interagisce con l'uomo, malgrado i libri che parlano di entrambi dovettero essere stati scritti dal medesimo autore; Yahvéh sembra piuttosto un sulfureo Lucignolo infantilisticamente capriccioso, invidioso e geloso, anziché un padre paziente quale vorrebbe apparire.

Come il dio della peste babilonese Nergal, Yahvéh è un dio instabile, che si infiamma e si pente a ciclo continuo, in più di un'occasione: Exd. 32.14; Deut. 32.39; 1 Re 15.11, 2 Re 24.16; 1 Chr. 21.15; Ger. 15.6, 18.8, 26.3-19, 42.10; Amos 7.3-6.

È un dio vendicativo e puerilmente ricattatore, come vediamo ad esempio emblematico al 28.15 del Deuteronomio; è addirittura un dio che giura, come accade in Exd. 17.14-16, Isa. 49.13 e 51.14, Nmr. 32.10 ed Amos 6.8, ove giura nientemeno che sulla propria anima (e deve pur averla, a giudicare da Zaccaria 11.8).

Il numen super partes della mitologia ebraico-cristiana, in altri casi convenientemente disinteressato alle magagne umane, mette pure frequentemente alla prova i suoi servi, come accade a partire dalla vicenda del peccato originale (vedasi anche Deut. 13.4, 2 Chr. 32.31, Gen. 18.20-21, 1.5 e 22.2-13).

La sua principale caratteristica, la contraddittorietà, è illustrata con grande dovizia d'esempi: vedasi Nah. 1.2 e Isa. 27.4; Deut. 15.4 e 15.11 (spettacolare); Exd. 34.1-4; 4 Re 22.20 e 2 Chr. 35.23-24; Nmr. 20ss (sublime); Ger. 34.4 e 52.10-11.
Inoltre, Yahvéh mente e istiga alla menzogna in svariate occasioni (4 Re 8.10, Ger. 20.7, Eze. 14.9, 2 Chr. 8-10 e 18.18ss, per citarne alcune), e dimostra una propensione elettiva per l'ineffidabilità, tale che le sue promesse sono frequentemente disilluse dalla storia.

Si tratta, alfine, di un dio di cui si può ridere non meno di quelli adorati dai pagani: in passi come ad es. Exd. 21.28 e 22.2, Deut. 23.14 o Sal. 78.65, si evidenzia una spiccata vena per il comico e l'assurdo talmente generosa, da sembrare quasi provocatoria.

È necessario sottolineare che la maggior parte delle leggi sparse dall'Esodo al Levitico, il cui canone di giustizia è ben illustrato fra tanti passi ad esempio ne Nmr. 16.20-50 e Deut. 11.1, siano una sfilza di precetti espunti prevalentemente dal Codice di Hammurabi, dai palinsesti pagani di Mari e di Hatti, adattati in maniera grottesca e sistematicamente chiosati regolarmente dal riverberante leit-motiv ipnotico "io, il Signore".
La Bibbia ci fa capire che il dio detti delle leggi per "responsabilizzare" l'uomo, non perché sarebbe incapacitato a rimediare di persona: se Yahvéh intima di rendere il mantello al legittimo possessore, come accade al 22.27 dell'Esodo, è implicito che lo faccia a questo fine, dato che potrebbe ugualmente esaudire la supplica del proprietario! Se poi questo accada o meno nella realtà, è chiaro che dipenda dalla fede di chi prega...

Articoli come questo ed i seguenti costituiscono oltre la metà della media statistica delle leggi bibliche, intervallati ad hoc fra passi favorevoli opportunamente giustapposti. Eccone alcuni tra i più lampanti.

Se possiedi uno schiavo, puoi percuoterlo quanto vuoi, poiché è danaro tuo; se ti muore nel momento sotto i colpi, anche tu verrai ucciso, ma se muore dopo essere sopravvissuto per uno o due giorni, sarai immune da giudizio (Exd. 21.20-21).
Se un bue ferisce un passante, l'animale ed il proprietario verranno messi a morte nel caso in cui il bue è recidivo, qualora le vittime erano uomini liberi e se in cambio della vita il possessore non potrà fornire ammenda pecuniaria; qualora il bue uccidesse un suo simile, i proprietari si spartiranno il cadavere e la somma di quello vivo, che venderanno (21.28).
Se ammazzi un ladro di notte mentre sta scassinando casa tua, non sarai chiamato ad espiare il delitto, ma se lo compi di giorno, sarai messo a morte (22.2).
Se percuoti un uomo con un pugno o una pietra, e questi non morrà, ma sarà comunque costretto a letto, gli risarcirai il lavoro perduto e le cure dei medici (22.18).

Sulla medesima falsariga si pongono brani dell'Esodo (21ss, 22ss, 34.20), e del Levitico (19.20, 21.16-23), nei quali i servi, al pari delle bestie, sono proprietà pecuniaria del pater familias, che rivendica diritto di vita e di morte sui suoi beni (v. anche Exd. 12.1-10 e 22.16-17, Deut. 23.13-21, 24.1-4 e 25.11-12, Nmr. 5.11-31, Lvt. 19.29 e 20.18); quest'atteggiamento selettivo si sviluppa pragmaticamente nelle disposizioni previste nei confronti dei bambini, e soprattutto delle donne.

Se adeschi una fanciulla e compi con lei "le cose innominabili", la doterai e la sposerai, a meno che suo padre non te la rifiuterà: in quel caso, gli pagherai il prezzo corrente sul mercato per la dote di una vergine (Exd. 22.16-17).
Se due uomini litigano e la moglie di uno dei due afferra l'avversario "per le sue vergogne" onde salvare il marito, le verrà tagliata la mano, con la specificazione che il boia non dovrà avere alcuna pietà per lei (Deut. 25.11-12).
Se nel corso di una rissa un uomo percuote una donna incinta ed essa abortisce, l'assalitore risarcirà il padre della perdita del nascituro secondo quanto stabilito dai seniori (Exd. 22.22).

Non meglio andiamo per quel che riguarda i precetti di culto e di comportamento. Durante il periodo dell'Esodo, Yahvéh rimette in discussione la sua saggezza, salendo in cattedra per impartire delle nozioni d'igiene, ad esempio per quel che riguarda i rimedi in caso di epidemie (v. Lvt. 14.2-32) o i metodi di profilassi ed etichetta medica da seguire ad esempio nel Levitico al 20.14, la concessione di 17.18, l'esagerazione e l'oltraggio di 20.18 e 25.36-55, la discriminazione di 19.20-22 e 21.16-23 echeggiata ne Deut. 23.1, il metodo da consultorio shamanico di Nmr. 5.11-31, oppure le "regole per la purificazione degli impuri" dettate al 19.1-22.

Nonostante la sua presumibile super-dottrina medica, l'essere onnipotente, misericordioso, creatore del Tutto, molto spesso è incapace di curare in un batter d'occhio le malattie più banali che affliggono le sue stesse (presunte) creature, che è sollecito a tormentare frequentemente con pestilenze ed altre magagne: anzi, il misericordioso Yahvéh ordina giudiziosamente ai suoi servi d'allontanare i lebbrosi, chi soffre di perdite seminali e chi si è accostato a un cadavere, affinché non contaminino il campo per tutto il periodo in cui il signore camminerà in esso (Exd. 5.14).
Le prescrizioni di toilette del Deuteronomio chiosano in maniera esemplare tutti questi precetti del tempo in cui dio camminava ancora fra le sue creature:

"Terrai fuori degli accampamenti un luogo nel quale andare per scaricare le tue necessità corporali [...] porterai teco un piolo, e quando ti rialzerai scaverai intorno onde ricoprire di terra ciò di cui ti sei sgravato. [Poiché] il signore dimora in mezzo agli alloggiamenti per salvarti e mettere in tuo potere i tuoi nemici" (23.9-14).

Alla fine, il poliedrico divino tuttofare dei deserti smonta il suo piglio altero, e riveste i panni del designer, dettando i piani costruttivi dell'arca, del templio, delle sue suppellettili, delle stesse vesti dei sacerdoti: il santo libro non ci dice, però, dove i fuggiaschi possano aver mai reperito beni quali il bisso, la porpora, la cassia, il legno di cedro del Libano e d'acacia, le pelli di tasso, il cocco, la coppale, la mirra, l'uva, la farina fina, il galbano, lo storace, l'olio d'oliva e tanto altro, fuggendo in fretta e furia da un Egitto prostrato da disastri apocalittici. Né poterono averli commerciati o trovati in una distesa brulla e sterile come il Sinai: ove non esiste nemmeno la benché minima traccia archeologica significativa su un popolo di milioni di anime, che dovette aver vissuto in quei luoghi per oltre quarant'anni.
Eppure, gli ebrei avrebbero dimorato qui, alloggiati in un campo di ben 6 kilometri quadrati, che Yahvéh, sfidato da Mosé, provvede a riempire immantinente con una distesa di quaglie "provenienti dal mare", che si accatastano al suolo formando uno strato di quasi un metro sparso per la distesa di 24 kilometri quadrati (Nmr. 11.31ss): e per la grande ingordigia con cui i beati fuggiaschi divoravano questo miracoloso pasto, il munifico dio li punì con l'ennesima pestilenza... Troppa grazia!

C'è da consolarsi del fatto che quantomeno un mistero sia già stato chiarito oramai da tempo: la favolosa manna di cui gli ebrei dovettero nutrirsi per tutto questo periodo, integrando la dieta forzata offerta loro dal premuroso Signore Onnipotente, sia piuttosto la secrezione della tamerice mannifera, prodotta da un parassita del tronco della pianta, molto comune nel Sinai, e che i beduini locali usano a tutt'oggi, chiamandola col medesimo nome dei loro antenati. Lo sappiamo certamente meglio di Mosé, al quale non sembra sia stato chiaro se il suo sapore fosse simile al miele (Exd. 16.31) o "all'olio fino" (Num. 11.8).
Parte 1 . Parte 2 . Parte 3 . Parte 4 . Parte 5 . Parte 6 . 
Copyight 2008/2009 Biagio Catalano - All rights reserved _ Best viewed on Mozilla Firefox at 1280 x 1024