In linea di massima, il processo di "creazione" di concetti metafisici è meccanico, ossia basato su funzioni naturali della creatività umana, che hanno portato all'iconizzazione di un'idea complessa. Le idee eccessivamente semplicistiche possono apparire "divine": d'altronde, se il racconto biblico fosse stato una relazione piena di formule, non sarebbe stato necessario parlare di "interpretazioni" ogni qual volta un modello scientifico avesse attentato alla sua credibilità.
Quando l'uomo non possedeva ancora la capacità intellettiva né gli strumenti idonei per corroborare gli interrogativi esistenziali, in genere tentava di fornire spiegazioni in relazione alle sue caratteristiche di specie, proiettandole su ciò che lo circondava, poiché in questo modo riusciva ad avere dei termini di paragone, seppur necessariamente antropocentrici.
Alle origini, quando l'economia era ancora direttamente dipendente dalla terra e dagli eventi naturali, l'essere umano mise in correlazione la propria sussistenza con i cicli delle stagioni, giungendo, con l'avvento delle prime civiltà storiche urbanizzate (sumeri ed egizi), ad una cristallizzazione organica di tutte queste ideologie primitive attraverso una trafila che porterà all'identificazione tra Dio e la società; osservare il cielo per cogliere presagi sull'annata del raccolto e sugli eventi climatici divenne la pratica principale dei primi sacerdoti del passato, che erano soprattutto degli astronomi e dei letterati.
Si tratta di processi automatici: il cielo che sovrasta l'uomo è l'Irraggiungibile che trascende la sua terrenità, il Limite locale che lo affligge. La volta celeste, l'elevazione verso il noto-ignoto contrapposto alla terrenità, era fonte d'astrazione: che si chiamasse Manito, Daramulum o Yahvéh, il dio creatore abitava lì, e il meccanismo d'avvicendamento degli astri dava espressione al suo volere. I corpi celesti "parlavano" predicendo il futuro, i raccolti e gli eventi climatici in vece del misterioso creatore, invisibile e distante; erano, in sostanza, la prima presunta evidenza del suo processo creativo e della sua esistenza.
Di contro, come anticipato, l'idea organizzata e sistematicizzata di creazione "dal Nulla" è prettamente cristiana; in essa si distingue chiaramente la necessità di procedere oltre il "materialismo" che caratterizzava le concezioni precedenti, allo scopo d'introdurre dei concetti molto più utili a fini esegetici. Il cristianesimo la rielaborò appoggiandosi per minima parte al Genesi, un racconto cosmogonico di tipo classico che riscontriamo nella mitologia di qualsiasi cultura al mondo: dall'Oceania all'Alaska, ritroviamo questo stesso mito ripetuto sempre con i medesimi accenti e dettagli, malgrado solamente il racconto biblico sia ritenuto "vero" e "genuino".
Già a loro tempo i greci avevano evidenziato l'assurdità della creazione ex nihilo, e gli ebrei s'erano semplicemente accordati al buonsenso dei pagani. Non potendo conoscere in che modo l'universo esiste, essi non concepivano un dio onnipotente sul piano surreale, bensì pratico; per loro, pur in tutte le sue straordinarie contraddizioni, Yahvéh era un concetto "sublimante", astrale ed ideale, addirittura antropomorfo, e non certo un'idea "vaga". I termini ebraici originari tradotti liberamente dai redattori cristiani col termine "dal Vuoto", significano semplicemente "desolazione" (tehom) (1) e "deformità" (bohu), che aleggiavano sulle "acque del cosmo"; quindi, per gli ebrei, prima dell'atto divino preesisteva l'informità primordiale galleggiante nelle "acque" cosmiche, tanto quanto pensavano pure i pagani riferendosi alle immensità celesti.
Per cristiani la cosa doveva porsi piuttosto di modo tale da avviare una separazione ideologica dall'ebraismo per circuire le basi cosmologiche gnostiche e platoniste: per tal motivo, di là delle interpretazioni del capitolo d'apertura del Genesi, non avendo alcun caposaldo d'analisi originale incorporato nei vangeli, il cristianesimo derivò la sua cosmologia proprio dai pagani.
Gli esegeti invocarono alcuni intellettuali pagani selezionati ad hoc, congetturando che costoro fossero degli ignari precursori del cristianesimo: in tal modo, per ispirazione di Dio, costoro concordavano con la verità cristiana, come diceva Giustino nel Dialogo. "L'unica buona cosa che dobbiamo a Platone ed Aristotele" echeggerà Savonarola secoli dopo "è l'aver creato parecchi argomenti che possiamo usare contro gli eretici. Ora possono pure bruciare all'inferno insieme agli altri filosofi!": può forse sorprendere se si sia giunti a costruire un corpus dogmatico mescendo la scolastica con la Fenice, le Sibille ed Hermes Trimegisto, o se il buon Giuliano si chiedesse a suo tempo "per quale ragione gustate voi le scienze dei greci, se sufficiente vi pare lo studio delle vostre Scritture!"?
Parecchi ideologi antagonisti erano ancora al corrente di questo tipo di estorsioni; gnostici come i carpocratici, i basilidei, i manichei, i valentiniani, i marcioniti ed altre correnti cosiddette eretiche poi eliminate dall'ortodossia (cattolica), le rinfacciarono ognora ai cristiani. Questi ultimi, però, essendo sin troppo convinti della propria versione, non potevano accettare che gli dèi del passato fossero delle mere allegorie astrali antropomorfizzate, in primo luogo perchè un'asserzione del genere sconfessava un'idea che doveva superare frattalmente qualsiasi caratterizzazione, e poi perché sminuiva l'onnipotenza di un Dio che sarebbe risultato definito e caratterizzato (quindi limitato e soprattutto comprensibile).
Al contempo, Atanasio e soprattutto Lattanzio (il "padre dell'ortodossia cristiana") inveivano contro le teste di serie della cosmologia greca, Epicuro, Democrito e Leucippo: ciò che interessava principalmente ai fondatori del cristianesimo era distruggere il passato e le basi del pensiero pagàno prevalentemente scettico, che continuavano a reggere l'urto contro quelle protocristiane, ma che proprio per questa loro tenacia non potevano essere del tutto abbandonate. |