Home . Fondamenti . Come fu ideata la Creazione dal Nulla
La nostra ignoranza è Dio: quel che conosciamo è Scienza.
.. Robert G. Ingersoll.
Immaginare che la Materia sia tratta dal Nulla ad opera di un essere che da un lato è ritenuto indefinibile, ma dall'altro è definito come composto da un "qualcosa" che non è nè Materia nè Nulla, pur potendo interagire con la prima, è semplicemente l'ennesimo atto di fuga dall'evidenza e dal Limite immaginativo, per i seguenti motivi:

1) dato che Dio non può essere in parte diverso dalla Materia, ed in parte identico ad essa, in quanto l'unica cosa diversa dalla Materia è il Nulla, dovrebbe conseguirne che Dio coincida con la Materia;
2) dato che il Nulla non può essere creato, Dio non può certamente controllarlo né accampare diritti di generazione su di esso;
3) dato che Dio, per poter essere perfetto, deve avere assolutamente la qualità d'interagire, sicuramente non potrà interagire con ciò che è carente della qualità d'esistere, sicchè non potrà creare il Tutto dal Nulla;
4) dato che Dio, per poter esistere ed interagire con ciò che esiste, deve essere diverso dal Nulla, dovrà avere una "massa", ovvero non potrà essere ovunque in ogni tempo, così come il Nulla, che non possiede una massa;
5) ne consegue che Dio non sia ovunque in ogni tempo, e che la sua dimensione sia comunque delimitata ed inferiore a quella del Nulla.

Ipotizziamo dunque che, a parte il Nulla (che non può essere creato), Dio dovesse essere tutto quanto esisteva prima della presunta creazione: se una data entità A è preesistente ad un B di cui è ritenuta "creatore", nell'impossibilità di trarre B dal nulla dovrebbero verificarsi le seguenti condizioni.

Nel primo scenario, A avrebbe B da sé stesso; B compartecipa dunque di A, e, essendo sua creatura, chiaramente è di dimensioni minori di A; ciò vuol dire che, oltre il limite di B, abbiamo un A che lo include pur rimanendone escluso.
Qualora questo quadro fosse stato verificabile, allora avremmo dovuto avere che dovrebbe esistere un A che non constatiamo, pur dovendo essere compartecipe della materia di B; ciò significa che, in quella sua parte "identica alla materia di B", A dovrebbe essere direttamente constatabile come come forma e sostanza. Il che contraddirrebbe le pretese teologiche, in quanto renderebbe Dio inquinato dall'imperfezione della creatura.

Per poter ovviare al primo problema, gli investigatori dell'Inconoscibile si sono ingegnati a trovare una risposta alla non-constatabilità diretta di un dio che sarebbe per metà materia e per metà chissà cosa, dicendo che l'Onnipotente sarebbe composto soprattutto di "spirito", "una sostanza" di qualità "superiore" alla vile materia dell'uomo, il quale che però includerebbe parte dello "spirito" in sé stesso! Praticamente, l'uomo ospiterebbe un qualcosa che non è omogeneo al suo "contenitore" corporeo; il modo in cui si sia capaci di sapere tutto ciò, nonostante tale "spirito" sia pure invisibile, differente ed inconoscibile dall'uomo, è un altro mistero della fede che, provenendo dagli Antichi e dalle Scritture, non potremmo mai mettere in dubbio. Tale nozione fu confidata appositamente agli "eletti" da Dio in persona, che per la circostanza dovette aver assunto una consistenza materiale, per far sì che il suono della sua voce potesse giungere ai padiglioni delle sue ignobili creature attraverso l'aria.

I "pensatori" religiosi si confrontarono varie volte con questa aporia fondamentale, senza riuscire a produrre altro che ulteriori contraddizioni. Ad esempio, secoli fa il teologo Jakob Boehme ebbe a scrivere:

"Il Nulla è dio, e dio ha fatto tutte le cose dal Nulla, ed è esso stesso il Nulla. Ma questo Nulla è un Nulla «strano». Non è affatto un Nulla. E allora? Dio stesso allora è il «vedere e sentire del Nulla»... ed è chiamato «Un Nulla» (pur essendo dio stesso) perché è incomprensibile e ineffabile".

Vogliamo commentare degnamente questo pensiero? Facciamolo con Hume, che qualche secolo dopo così scriveva:

"Quando passiamo tra i libri di una biblioteca, persuasi dei loro princìpi, quale disastro potremmo causare? Se prendiamo qualsiasi volume di teologia o metafisica, chiediamoci: «Contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità dei numeri?». No. «Contiene allora qualche ragionamento sperimentale sulla materia di fatti ed esistenza?». No. Buttiamoli nel fuoco, allora: perché contengono soltanto sofismi ed illusioni!".

Non so dire se Hume avesse in mente le frasi di Boehme, quando espresse questa sua sentenza: fatto sta che essa si adatta moltissimo (empiricamente parlando) alla nozione espressa dal teologo.

In conclusione, questo "deus faber" è essenzialmente un'entità a misura d'uomo: sarà pure una figura più evoluta rispetto agli dèi del passato, poiché andando avanti nei secoli lo rendiamo sempre più "perfetto" nell'accordargli qualità attuali che i teologi precedenti non potevano escogitare, ma non ci sarà differenza sostanziale. Nel futuro potranno arricchirlo ancora di più, e considerare idioti gli inventori del nostro tempo senza pensare che tale idiozia si sarà semplicemente trasmessa inalterata persino nell'amoralità.
Nel creare un'idea di perfezione non capiamo che dovremo costruire un dio duale, perfetto ed imperfetto, esistente e inesistente: viceversa, sarebbe un dio parziale, un daimwn inclusivo delegato di un compito marginale da parte del Tutto. Un essere che compie un'azione determinata non è un dio: né lo è uno che non ne compie. Un "vero dio" dovrebbe esser capace di creare persino il Nulla, di distruggere e ricreare sé stesso all'infinito, in tempi definiti e fuori da tempi definiti, e di esistere e non esistere in un tutt'uno: azioni chiaramente impossibili fuorchè nella nostra immaginazione, che ha la "necessità" di superare i limiti di ciò che si conosce già.
Tutt'al più, oggi, possiamo immaginare questo concetto, ma esso non risiederà di certo al di fuori della nostra mente: ecco perché, una volta dispersi nelle categorie della determinazione, ci contentiamo di credere per fede a quelle stesse fantasie che noi stessi andiamo creando, con buona pace dei "filosofi metafisici".
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