Home . Fondamenti . Censura "in nomine Christi"
Se da un lato occorre avvalersi dei media, dall'altro si renderebbe necessario "limitarli".
La censura del dissenso non è cosa d'oggi. Sin da prima della nascita della stampa, la Chiesa non ha mai gradito l'eccessivo interesse da parte di un'informazione che non si fosse limitata a celebrarne dei panegirici. Sin dopo la fine della Prima Repubblica, essa ha ricevuto ampio supporto dallo Stato anche in questo campo;come accadde in casi come quello del giornalista francese Jacques Peyrefitte, indagato dalla magistratura ed espulso dall'Italia a seguito di un articolo erroneamente giudicato diffamatorio nei confronti del papa; sorte non meno benevola era toccata al direttore del giornale socialista l'Avanti, condannato a un anno di carcere per motivi analoghi.
Più di recente, con il boom di internet, l'informazione s'è espansa secondo modelli tali da richiedere dei provvedimenti di moderazione da parte delle correnti politiche conservatrici italiane; alle porte del 2002 si tentò di varare una legge di regolamentazione editoriale per il web al contempo in cui venivano apposti i sigilli su vari siti giudicati blasfemi, la cui ponderalità avrebbe sinceramente meritato ben meno del disturbo delle forze dell'ordine.

Va da sé che la Chiesa si opponga a qualsiasi notizia che non la menzioni in termini positivi: ad esempio, il Concilio di Torino si oppose all'abolizione della censura ecclesiatica applicata anche a pubblicazioni che non trattavano argomenti religiosi. Il Diritto Canonico aggiornato al 1983 includeva le seguenti prescrizioni riguardo la censura in senso lato:

"Al fine di salvaguardare l'integrità della fede e della morale, i pastori della chiesa hanno il diritto e il dovere d'assicurarsi che negli scritti o nei mezzi di comunicazione sociale non vi sia nulla che possa attentare alla fede ed alla morale dei fedeli di cristo. Essi hanno anche il diritto e il dovere che qualora gli scritti tocchino argomenti di fede e morale, vengano sottoposti al loro giudizio [e di condannare quelli nocivi] [...] Nell'adempiere al suo compito, un censore non deve badare alle preferenze delle persone ed osservare soltanto gli insegnamenti della chiesa, come dichiarato nel Magistero" (823-830).

Dunque, il vilipendio riguarda non solo l'offesa, ma qualsiasi presa di posizione contro qualunque decisione della Santa Sede, inclusa la critica contro la validità della religione: la Chiesa Romana afferma, infatti, d'essere il supremo caposaldo della verità, e che l'unione delle menti richiede non solo il perfetto accordo nell'unica fede, ma anche completa sottomissione ed obbedienza al volere della curia e al pontefice come se si trattasse di dio stesso, come sosteneva il beato autore della Rerum Novarum.
Le possibili conseguenze di simili asserzioni implicano che, come ha inteso più volte Ratzinger sulla scia della Dominus Iesus, sia necessario mantenere una stretta policy nei confronti dell'informazione e difendersi da leggi contrarie al prestabilito emanate dallo stato ospite, pur potendo comunque ai dati di fatto esercitare influenza su quest'ultimo!

La giustificazione fornita dalla Chiesa a questa forma di prevenzione, vuole che, come aggiunge ancora Leone XIII, non sia legittimo divulgare idee contrarie alla verità della casa di Dio, poiché equivarrebbe ad avvelenare i pozzi e il cibo; Pio XI fu egualmente perentorio, quando, in un'allocuzione del 20 dicembre 1926, attestò che i cattolici non devono supportare né leggere gli scritti degli oppositori della fede. Quasi coi medesimi accenti s'esprimeva già nell'allora 1766 papa Clemente XIII, lamentando nella Christianae Reipublicae che i miscredenti

"negano dio malgrado egli si mostra a loro ogni giorno, e non lo fanno perché sono sciocchi, bensì per deliberata depravazione. Essi rappresentano dio come indolente e pigro; non rispettano la sua provvidenza né temono la sua giustizia. Essi predicano con detestabile e insana libertà di pensiero che l'origine della natura della nostra anima sia mortale malgrado sia stata creata ad immagine del creatore, un po' inferiore a quella degli angeli. Sia che credano che la materia sia stata creata, o immaginino stoltamente che sia eterna e indipendente da cause, pensano che non esista null'altro, nell'universo. O se sono costretti ad ammettere che lo spirito coesista nella materia, escludono l'anima dalla natura celeste dello spirito. Essi non vogliono capire che in questa nostra debolezza in cui siamo stati formati abita qualcosa di spirituale e incorruttibile: eppure, per suo potere noi conosciamo, agiamo [...]
Dall'altro lato, ci sono certuni i quali, pur giudicando correttamente che la nebbia del ragionar terreno e il fumo del sapere mondano debbano essere espulsi dall'occhio della fede illuminata, continuano ad osare a voler misurare i misteri nascosti della fede che sorpassano qualsiasi comprensione! Divenuti investigatori di grandezza, non hanno timore d'essere sopraffatti dalla sua gloria.
Essi ridicolizzano la fede dei semplici; svelano i misteri di dio; questionano senza timore sulle più grandi domande. La mente sagace dell'investigatore prende il tutto per ciò che esso è, e, nel cercar prove con la ragione, depriva la fede d'ogni merito. Non dovremmo forse essere arrabbiati contro costoro che adusano la più perversa indecenza di parola ed esempio per corrompere col peccato mortale la pura e stretta morale, che instillano nella mente degli ignari un'esecranda licenza di condotta di vita, e causano un'estrema perdita di fede?
Allora considerate in che modo essi aspergono le loro scritture con un certo raffinato splendore, una seducente piacevolezza, sì da poter penetrare facilmente nelle menti dei lettori ed infettarle vieppiù col veleno del loro errore! Così mesceranno agli inavvertenti il veleno della coppa di Babilonia, sì che essi saranno sedotti ed accecati con le loro parole polite, e non riconosceranno il veleno che li uccide".
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